Il ristoratore Giuseppe Bruno, in arte "Bobò"

Per continuare a lavorare non dovrà traslocare dalla zona del porto.

Stiamo parlando di Giuseppe Bruno, meglio conosciuto come “Bobò”, il ristoratore puteolano la cui denuncia è stata decisiva per l’arresto del boss Gennaro Longobardi e del genero di quest’ultimo (Gennaro Amirante), che gli avevano imposto la tangente per conto del clan.

La buona notizia è contenuta nella lettera di auguri che la FAI (Federazione Antiracket Italiana) ha pubblicato sul proprio sito indirizzandola a quanti, a vario titolo, sono impegnati nella durissima lotta per combattere un fenomeno che “attanaglia migliaia di operatori, commercianti e imprenditori, facendo gonfiare le casse di clan, ‘ndrine e cosche”.

Del caso di “Bobò” abbiamo già scritto il 4 novembre scorso.

“A gennaio scorso –si legge oggi sul portale della FAI – due giovanissimi si presentano nel suo locale e, senza troppi giri di parole, avanzano richieste estorsive, specificando una somma di millecinquecento euro di “pizzo” al mese. Per incutere timore dichiarano di essere stati mandati dagli “amici di Pozzuoli” evocando il boss che è riuscito a imporsi in città. Bruno, senza alcun tentennamento, denuncia il fatto ai Carabinieri.

Il boss Gennaro Longobardi

Qualche giorno dopo si presenta nel suo ristorante il boss della zona in persona che chiede a Bobò di ritirare la denuncia.
La richiesta di soldi non viene ripetuta: l’estorsione, questa volta, viene consumata sotto altra forma, ovvero con l’imposizione dei prodotti di mare che il ristoratore utilizza per preparare le sue prelibatezze culinarie.
Merce senza tracciabilità e senza fattura.
Sarà direttamente il genero del boss, un pescivendolo di Pozzuoli, a farli recapitare al ristorante
.
La denuncia ai Carabinieri aiuta Bruno a riconquistare la sua dignità. Ma non tutti sembrano apprezzare il gesto. Viene annullato il posto per il suo gommone nel porto. I vicini di casa lo denunciano perché si dicono infastiditi dai cani dell’imprenditore. Circostanze legate alla decisione di Bobò e alle misure messe in atto dai Carabinieri su ordine della magistratura. Ma la tegola più pesante, oltre ai problemi con la
camorra del territorio, è quella sul ristorante.

Il ristoratore Giuseppe Bruno

Il proprietario del locale, dichiara Bobò ai giudici, solleva problemi sul rinnovo del contratto. Senza uno spazio adeguato vent’anni di lavoro in autonomia di Bobò svanirebbero insieme all’occupazione per quattordici dipendenti. La clientela cala. Mesi difficili per Giuseppe che vede attorno a se solo ostacoli. In realtà c’è chi lo aiuta e lo supporta. Oltre agli inquirenti, viene assistito anche dalla FAI, Federazione delle Associazioni Italiane antiracket e antiusura, da anni sul campo per la lotta alle svariate forme di “pizzo”. 

Gennaro Amirante, genero del boss Longobardi

Ma le cose cambiano. La prima notizia è la condanna a otto anni di reclusione, con rito abbreviato, per Gennaro Amirante, commerciante ittico, genero del boss Gennaro Longobardi. Quest’ultimo, invece, sarà processato con rito ordinario per lo stesso reato, ovvero estorsione. Ad Amirante si è contestata l’aggravante di aver agito con metodo mafioso. “Una condanna esemplare che rende giustizia al coraggio di un imprenditore che ha deciso di rompere il muro dell’omertà”, afferma Roberta Rispoli, avvocato che fa parte del team di legali della FAI. “Questo – aggiunge Rispoli – deve rappresentare uno stimolo alla denuncia anche per gli altri perché è testimonianza del fatto che la giustizia sa dare risposte rapide ed efficaci”.

Ma la Federazione Antiracket Italiana ci dà anche una seconda importante notizia per Bobò.

“Il proprietario del locale, dimostratosi solidale con Bobò, ha rinnovato il contratto di locazione dell’immobile, risolvendo positivamente un problema, sciogliendo tutte le criticità. Bobò e il proprietario si sono trovati d’accordo e il ristorante può tranquillamente continuare a servire i suoi clienti. Bruno può continuare la sua attività commerciale senza fermarsi. L’esistenza di una comunità solidale nei confronti di chi denuncia il “pizzo” è una componente essenziale per chi denuncia per annullare l’isolamento della vittima. Bobò ha deciso di affidarsi allo Stato ma soprattutto ha deciso di stare nella legalità e contro le mafie”.

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