Il Comune è tenuto a risarcire anche i danni causati dal maltempo se non è in grado di provare che ha fatto tutto ciò che poteva e doveva per evitarli.

E’ il senso di una importantissima ordinanza emessa dalla sesta sezione civile della Corte di Cassazione (la numero 18856 del 28 luglio, pubblicata l’altro ieri sul sito avvocatoandreani.it), secondo cui “qualora il Comune non adempiesse ai suoi obblighi di custode, sarà ritenuto responsabile per i danni causati dalle intense precipitazioni atmosferiche”.

Come si legge nell’articolo scritto dall’avvocato Marco Perasole, infatti, “le violente precipitazioni, con i conseguenziali danni prodotti a beni mobili e immobili, sono sempre più all’ordine del giorno. Sempre più, il privato si ritrova a dover richiedere, in conseguenza di tali eventi dannosi, la tutela risarcitoria”.

Nel caso specifico, il Comune di Terlizzi, in provincia di Bari, era stato condannato a risarcire i danni subìti da un cittadini per l’allagamento della sua autorimessa, inondata da acqua e fango in seguito all’allagamento delle strade per via di un forte temporale.

Il Comune ha perso il ricorso in Cassazione perché la Suprema Corte (richiamando altre sentenze dello stesso organo, la 3651 del 20 febbraio 2006 e la 20317 del 20 ottobre 2005) ha precisato che “sono custodi tutti i soggetti – pubblici o privati – che hanno il possesso o la detenzione della cosa  ed in quanto tali, hanno obblighi di manutenzione e di controllo sulla cosa custodita”.

“Gli enti pubblici –spiega l’avvocato Perasole a commento dell’ordinanza –  devono provvedere ad una serie di opere di manutenzione, gestione e controllo delle strade, delle loro pertinenze e arredi, nonché delle attrezzature, impianti e servizi e, pertanto, tali enti sono responsabili per le cose in custodia, ai sensi dell’articolo 2051 del codice civile”.

Non solo. In casi del genere, così come stabilito da altri verdetti della Cassazione (13222 del 27 giugno 2016, 11802 del 9 giugno 2016 e 5877 del 24 marzo 2016) c’è l’inversione dell’onere della prova.

In altre parole, in queste circostanze,  non deve essere il danneggiato a provare che le responsabilità di quanto accaduto siano da attribuire alle inadempienze o alle negligenze del Comune, ma è il Comune, in qualità di custode e presunto responsabile delle cose danneggiate,  “che deve eventualmente fornire la prova liberatoria del caso fortuito dimostrando quindi che il danno verificatosi non era prevedibile né evitabile con una condotta diligente adeguata alla natura ed alla funzione della cosa in base alle circostanze del caso concreto, ponendo in essere attività di controllo, vigilanza e manutenzione gravanti sul custode  secondo disposizioni normative (art. 14 C.d.S.), e secondo il principio generale del neminem laedere.

“Solo tale prova liberatoria (caso fortuito) consentirebbe al custode –scrive l’avvocato Perasole- di sottrarsi alla responsabilità presunta, ex articolo 2051 del codice civile, il quale viene a sussistere quando l’evento dannoso si sia verificato prima che l’ente proprietario abbia potuto rimuovere, nonostante l’attività di controllo espletata con la dovuta diligenza, la straordinaria ed imprevedibile situazione di pericolo determinatasi”.

Interessantissimo, infine, un passaggio dell’ordinanza della Cassazione, che ha evidenziato come “non si possono più considerare come eventi imprevedibili alcuni fenomeni atmosferici ormai sempre più frequenti, per cui l’eccezionalità ed imprevedibilità delle piogge possono configurare il caso fortuito o la forza maggiore, solo quando costituiscano una causa sopravvenuta autonomamente sufficiente a determinare l’evento, nonostante la manutenzione e pulizia dei sistemi di smaltimento delle acque piovane”.

In parole povere, il Comune può evitare di pagare risarcimenti-danni sostenendo che un temporale di particolare intensità rappresenti un caso fortuito incontrollabile e dunque da non attribuire a proprie corresponsabilità, soltanto se potrà “dimostrare di aver effettuato la corretta manutenzione e pulizia delle strade, e che le piogge sono state così intense che gli allagamenti si sarebbero, comunque e nella stessa misura, verificati”.

 

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