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“23 novembre 1980: il mio ricordo da soccorritore puteolano…”

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Ricevo e pubblico

…Era di domenica pomeriggio, il teatro Lopez  a Pozzuoli era gremito di spettatori: mai tante persone per assistere ad una sceneggiata napoletana.

Forse fu l’ultimo spettacolo teatrale che si tenne a Pozzuoli.  

Andava in scena la commedia <<‘o figlio mio>>, interpretata e cantata dal nostro concittadino Mario Carusiello.

Tra gli attori, il sottoscritto, giovanissimo: interpretavo il “dottore”. 

Ho ancora conservato il manifesto: gli  spettacoli erano due, il primo era andato benissimo.

In attesa del secondo, mi trovavo dietro al sipario, aspettavo di entrare in scena con il mio bel camice bianco…

Erano le 19.32: all’improvviso sento urla disumane e rumori di sedie provenienti dalla platea e dalla galleria.

Pensai: “…qua si stanno dando a mazzate!”.

Il cantante sul palco scappò via, dò uno sguardo alla sala da dietro il sipario…era vuota!!!. Tutti ammassati verso l’uscita…

<<‘U  marooo’!!! E che sta succedendo?>>.

Non avevo capito che era il terremoto!  

Intuii dopo, quando da un’uscita secondaria esco in strada.

All’ingresso del teatro, una montagna umana lo ostruiva, riesco a tirare fuori  da lì sotto un paio di persone: alcune volevano assistenza medica da me, visto il camice… 

Corro sul Carmine: intanto, le strade si affollavano di gente terrorizzata. 

A casa, il resto della famiglia si era diretta nei giardinetti dell’Anfiteatro: comunque tutti bene, ma spaventati.

Le notizie  erano  scarse.

Comunque sia, passammo la notte in auto, in campagna, presso parenti, in compagnia di un falò.

La mattina, il dramma divenne sempre più drammatico, arrivavano notizie di centinaia di morti: alla fine ne furono 3.500.

Mi reco presso l’emittente dove in quel periodo collaboravo come speaker (Radio Monte Grillo) e si decise di organizzare in sede (corso Garibaldi) un “centro raccolta”.

In pratica, si invitavano i radioascoltatori a portare, presso i nostri studi,  indumenti, alimentari e medicine che ci saremmo poi incaricati di consegnare ai terremotati .

Infatti, cominciarono ad arrivare gli aiuti umanitari di tutti i generi, per cui la dirigenza chiese il piacere ad un nostro ascoltatore di mettersi a disposizione con un camion.

L’amico Franco accettò!

A questo punto bisognava caricare il camion e partire: l’autista c’era, mancavano un paio di volontari: io e Michele ci rendemmo disponibili.

Era sera, partimmo senza sapere dove andare, con il camion pieno.

Scrissi un paio di cartelloni che affissi sul mezzo: “pro-terremotati”, se non erro.

I caselli delle autostrade erano tutti aperti, non si pagava il pedaggio.

Insomma, arrivammo a Pontecagnano, dopo Salerno, e lì uscimmo, inoltrandoci verso l’entroterra.

Era mezzanotte.

Dopo un po’ arrivammo a Colliano: la piazzetta principale era un parcheggio-dormitorio. Bussavamo ai finestrini delle auto, chiedendo di cosa avevano bisogno.

Ma, intanto, erano le 2 di notte, per cui decidemmo di rimanere nei pressi per riposare: del resto, non conoscevamo le strade.

Uno spiazzo, lì fermammo i camion, da lontano lampeggiava, ci rannicchiammo sul sedile.

All’alba, la debole luce illuminò una porta.

Mi guardai intorno: stavamo in un campo di calcio e c’era l’esercito..!! Azz’!! 

Andammo via, alla ventura, arrivammo a Valva.

…Valva, un paese semi-distrutto, la piazza  era  diventata una cucina da campo.

Sotto una grande tenda, si prepara un pranzo per i terremotati.

Allestita dallo S.M.O.M (Sovrano Militare Ordine di Malta)  con le belle crocerossine (una era quasi due metri), intorno si accumulavano montagne di vestiti, imbustati, forse passati di moda, ma nuovi.

Grazie ad un radioamatore, riesco a collegarmi in diretta con la Radio Monte Grillo a Pozzuoli, indicando dove ci trovavamo ed assicurando i radioascoltatori che il loro contributo sarebbe stato consegnato nelle mani dei bisognosi.

Infatti, decidemmo di non lasciare il nostro “tesoro” lì, visto che non esisteva un centro di raccolta.

Però, entrando in una scuola, un’aula era piena di forme di parmigiano.

Seduto ad un marciapiedi, vedo un ragazzo con lo sguardo assente.

Fissava il vuoto, non piangeva: gli chiedo se ha bisogno di qualcosa.

Lui…muto.

Un signore si avvicina, mi dice che quel ragazzo ha perso i genitori ed i fratelli ed è rimasto solo!

Il pasto frugale, sotto la tenda, mi scende nello stomaco a fatica.

Partiamo: verso le campagne, fuori le masserie isolate, lasciamo a tutti, medicine e vestiti, acqua e viveri.  

Incontriamo decine di case rurali semicrollate: ad ognuna, una sosta…

Si continua, mentre il camion comincia a svuotarsi.

Su una collina vediamo un paese: decidiamo di andare là.

Era Romagnano al Monte: entriamo nel paese crollato, non incontriamo nessuno.

Decidiamo di scendere dall’altro versante.

In una campagna troviamo i vecchi abitanti, tutti anziani, sporchi, infreddoliti, sotto a teloni di plastica, qualche fuoco ardeva.

Lasciamo tutto ciò che ci era rimasto.

Garantisco loro che saremmo andati a cercare aiuto.

Dall’ alto di una collina, vedo in fondo alla valle una colonna dell’Esercito.

Scendiamo per fermarli: infatti, ci blocchiamo su di un ponte ad una corsia.

Corro verso l’automezzo del capo-colonna e li avverto che dietro quella collina ci sono un centinaio di persone che hanno bisogno di aiuto.

Il corteo militare, così, cambia itinerario e si dirige verso il luogo indicato.

Noi abbiamo terminato il nostro compito, l’autostrada è a 20 chilometri.

20 chilometri di tir  che arrivano da tutta l’Italia e portano di tutto.

Mi domando dove andrà a finire tutto quel bendiddìo. 

Lo  stesso sull’autostrada del ritorno, mentre Pozzuoli si fa più vicina e da lontano vedo un  arcobaleno.

Antonio Isabettini

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