Olio di oliva, stai alla larga da questo qui | È il peggiore che puoi trovare: al supermercato lo evitano tutti
Olio di oliva - Pexels - pozzuoli21.it
Con l’olio di oliva non si scherza: c’è un tipo che è il peggiore che puoi trovare e al supermercato lo evitano tutti.
Lo scaffale dell’olio di oliva al supermercato sembra sempre innocuo: bottiglie allineate, etichette eleganti, promesse di tradizione e qualità.
Eppure, in mezzo a questo mare di verde e oro, si nasconde un tipo di olio da cui è meglio stare il più lontano possibile, quello che molti consumatori più attenti hanno imparato a evitare a colpo d’occhio. Non è questione di capriccio: dietro certi prezzi e certe scritte si può celare il peggiore olio che puoi portare in tavola.
A rendere la scelta così complicata è il modo in cui il mercato gioca su parole e apparenze. Termini come “extravergine”, richiami all’italianità e bottiglie curate comunicano immediate sensazioni di qualità, ma non sempre ciò che sembra “di pregio” lo è davvero.
A livello normativo, un olio può essere etichettato come italiano anche se le olive arrivano da altri Paesi e il prodotto viene solo imbottigliato da noi, creando una distanza enorme tra ciò che il consumatore immagina e ciò che realmente versa nel piatto.
Quando l’affare è troppo bello: l’olio che ti fa risparmiare ma non ti premia
Il cuore del problema emerge quando si guarda il prezzo. Il famigerato “olio da evitare” è quello che si presenta come un affare irresistibile: bottiglie di extravergine vendute a poco più di nulla, spesso con grandi scritte che richiamano campagne, frantoi e famiglie italiane, ma con un costo al litro che scende sotto i 3-4 euro. Proprio questa fascia ultra low cost è la più sospetta: dietro c’è quasi sempre un prodotto ottenuto da blend di oli raffinati con una minima aggiunta di vero extravergine, studiato per sembrare buono ma privo di reale valore nutrizionale.
A peggiorare la situazione c’è il fatto che questo tipo di olio è spesso legato ai marchi del supermercato, le cosiddette private label, che cambiano fornitore in base all’offerta più conveniente. Il risultato è un prodotto dall’identità sfuggente, dove la ricerca del prezzo più basso batte sistematicamente la stabilità della qualità. I test condotti da associazioni di consumatori e laboratori indipendenti hanno messo in luce come questi oli siano i più esposti a fuoriuscire dai parametri: acidità libera oltre lo 0,8%, numero di perossidi troppo alto, difetti all’assaggio e una quantità di polifenoli talmente bassa da annullare il tanto decantato beneficio per la salute.

Etichette, origine e quella scritta che ti dice che devi lasciarlo lì
Per riconoscere il “peggiore olio” non basta guardare il colore o fidarsi della parola “extravergine” in etichetta: servono alcuni campanelli d’allarme chiari. Il primo è sempre il prezzo al litro: un vero extravergine di qualità non può realisticamente costare meno di 6-8 euro al litro, altrimenti significa che da qualche parte si è tagliato su materia prima, lavorazione o provenienza. Altrettanto sospetti sono gli oli inodori e insapori, senza profumi erbacei e senza quel leggero pizzicore in gola che caratterizza un prodotto ricco di sostanze benefiche.
L’altro grande segnale è l’etichetta. Quando sul retro compare solo una dicitura generica come “miscela di oli di oliva comunitari ed extracomunitari”, senza dettagli su origine delle olive, frantoio o regione, è il momento di rimettere la bottiglia al suo posto. Molte aziende sfruttano il prestigio del made in Italy per mascherare percorsi opachi, mentre oli spagnoli o greci seri, dichiarati con trasparenza, possono essere molto più affidabili di presunti prodotti italiani di bassa lega. Chi vuole davvero portare in tavola un olio alleato della salute impara a leggere con attenzione ogni riga, a diffidare dei prezzi stracciati e a considerare l’olio non come una semplice spesa, ma come un investimento quotidiano sulla propria alimentazione.
