Se c’è un momento sbagliato per esigere denaro dai contribuenti, è proprio questo, con l’emergenza coronavirus che ha mandato sul lastrico gran parte delle famiglie.

Ma l’inflessibile burocrazia del Comune di Pozzuoli non ha evidentemente il senso dell’opportunità e, nel periodo economicamente più complicato per migliaia di cittadini, pretende il pagamento, entro sessanta giorni, delle bollette arretrate per i consumi idrici.

Morosità non da poco, con cifre che arrivano anche a circa diecimila euro  e che, in molti casi, riguardano periodi ben superiori ai cinque anni in cui, per legge, il credito  si azzera grazie alla prescrizione.

La gente è fuori di sé. Innanzitutto per la tempistica del provvedimento (che in un periodo in cui a malapena si riesce a mettere il piatto in tavola, non consentirà quasi a nessuno di saldare il debito, nemmeno a rate)  ma anche per la difficoltà di poter recuperare le prove dell’avvenuto pagamento di questi canoni, che in alcuni casi risalgono perfino a fatturazioni vecchie di un quarto di secolo.

Come se non bastasse, gli uffici municipali sono chiusi per evitare assembramenti e, dunque, anche eventuali contestazioni diventano complicate da fare via telefono o mail, giacché non tutti hanno in dotazione apparecchi che possano scansionare le eventuali ricevute di versamenti già effettuati ma che non trovano riscontro nella contabilità ufficiale dell’Amministrazione.

Insomma, si va verso il caos.

Con il rischio di vere e proprie rivolte popolari nel caso in cui, a chi non si dovesse (o potesse) mettere in regola, le  “stanze dei bottoni” decidessero di staccare l’acqua.

Un bene primaria che, com’è fin troppo facile intuire in tempi di pandemia, non può assolutamente mancare in nessuna abitazione.

La norma di riferimento, tuttavia, è chiara.

<<Gli importi delle bollette dell’acqua risalenti a prima del 2015 sono da ritenersi non più esigibili perché tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno, o in termini più brevi, si prescrive in 5 anni – ci spiega infatti l’avvocato Nunzio Miletti Scamardella (nella foto)–  In tal senso, infatti, si è espressa anche la​ Corte di Cassazione Civile a Sezioni Unite con la sentenza numero 3162 del 9 febbraio 2011, che ha affermato “che il diritto dell’ente a riscuotere i canoni in questione  è soggetto anch’esso a prescrizione quinquennale decorrente da ogni scadenza del periodo di commisurazione del canone stesso, perché si tratta di “prestazioni periodiche”. In applicazione del principio, come sopra enunciato dalla Corte di Cassazione, deve, quindi, ritenersi che la richiesta di pagamento relativa ai canoni in questione per gli anni precedenti il 2015 è illegittima per il decorso della prescrizione quinquennale, salvo eventi interruttivi della prescrizione stessa>>.​ ​ ​

A proposito della  prescrizione, lo stesso avvocato Miletti precisa che <<essa può essere interrotta solo con una formale lettera di diffida da parte di chi fornisce, in questo caso, il servizio idrico, lettera inviata con raccomandata o con posta elettronica certificata (nel caso di aziende, professionisti e partite Iva, eccetera). Non ha valore, pertanto, ai fini dell’interruzione dei termini prescrizionali, né l’eventuale telefonata del call center di recupero crediti, né la lettera semplice, né il sollecito contenuto nella bolletta successiva. Di fronte, però, ad un sollecito formale, la prescrizione si interrompe e inizia a decorrere nuovamente da capo dal giorno dopo, per un periodo di tempo di ulteriori 5 anni>>.

La prima cosa da fare, dunque, in casi del genere, è recarsi dal proprio avvocato di fiducia per imbastire un ricorso  al Giudice di Pace, con buone possibilità di vittoria.

Oltre all’onorario professionale dovuto al legale, ci sono ovviamente da pagare le spese vive di giustizia: per le cause di valore fino a 1.032 euro si deve versare il contributo unificato da 43 euro; per le cause da 1.032,01 a 1.100 euro, al contributo unificato da 43 euro bisogna aggiungere una marca da bollo da 27 euro; per le cause da 1100,01 a 5.200 euro il contributo unificato sale a 98 euro più la marca da 27; per le cause comprese tra 5.200,01 a 26.000 euro, invece il contributo unificato aumenta a 237 euro, in aggiunta alla marca da 27.

L’auspicio, ovviamente, è che la politica intervenga per trovare una soluzione che eviti il ricorso alle vie legali e tranquillizzi i tantissimi cittadini convinti di dover reagire in modo commisurato a quella che a loro appare come una vera e propria coltellata a tradimento.