a cura di Giuseppe Marino (difensore tributario) 

Annullare un atto tributario illegittimo non è una facoltà, ma un obbligo da ottemperare in termini certi. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 6283 emessa il 20 aprile 2012 dalla 3^sezione civile. Con questo verdetto, si  chiariscono i princìpi a cui deve essere ispirata l’azione del Fisco. Concedere lo sgravio per un accertamento illegittimo, anche se sono scaduti i termini d’impugnazione, non costituisce facoltà, ma obbligo in base ai principi di buon andamento correttezza e buona fede della Pubblica Amministrazione.

La mancanza di un termine normativamente previsto per concedere lo sgravio, non può impedire  il riconoscimento in tempi ragionevoli del diritto del contribuente, sempre nel rispetto dei principi di buon andamento correttezza e buona fede della Pubblica Amministrazione.

Spetta, dunque, al giudice di merito stabilire, volta per volta e considerando la situazione concreta (ad esempio: il numero di pratiche cui l’ufficio deve far fronte, la loro trattazione in ordine cronologico, il grado di complessità dell’accertamento, eccetera) se il tempo impiegato dalla Pubblica Amministrazione sia o meno rispettoso delle regole indicate.

Per poter ottenere il risarcimento danni, è necessario che l’azione dell’Agenzia delle Entrate abbia cagionato un danno ingiusto di natura patrimoniale, giacchè il danno esistenziale non è autonomamente risarcibile.

La sentenza in questione riafferma principi già sanciti precedentemente e, nello stesso tempo, ci fa capire la difficoltà di richiedere i danni alla Pubblica Amministrazione in assenza di un danno patrimoniale che sia direttamente riferibile all’azione del Fisco.

E’ chiaro che è necessario un intervento legislativo o una diversa interpretazione, in quanto l’azione del Fisco, ormai oppressiva, assillante, che viola  privacy e  serenità dei cittadini, ormai non è più improntata al raggiungimento della giusta tassazione, ma al raggiungimento di obiettivi, target e soddisfacimento finanziario: modus operandi più consono ad un’azienda che a un Ente di Stato.

La frenesia di raggiungere gli obiettivi comporta azioni arbitrarie, costi elevati per i contribuenti e soprattutto un’oppressione non indifferente, che a mio parere può essere fermata solo con una giusta azione di risarcimento con rivalsa sui dirigenti per danno erariale.

Una cosa è certa: di Fisco si muore e si muore sempre di più: tassazione ormai intollerabile, violazione della privacy, ingerenza nei nostri conti correnti, tracciabilità dei nostri movimenti, presunzioni che impongono la prova contraria diabolica, sanzioni esorbitanti e  interessi ed aggi usurai.

Per fortuna, non tutti i dirigenti delle Entrate partono dal presupposto che siamo tutti evasori.

La presunzione d’innocenza fino a prova contraria non opera in materia di tasse, ma opera la presunzione di colpevolezza fino a prova contraria: una prova che è difficile fornire.

In diritto si chiama prova diabolica: come si fa a provare di non aver fatto una cosa? Dovrebbe essere il Fisco a provare l’evasione.

Non il contribuente a provare di non aver evaso!