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Consiglieri e rimborsi ai datori di lavoro: c’è una “questione morale”?

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Tutto ciò che è legale è anche morale? In alcuni casi i due requisiti non sembrano coincidere agli occhi dell’opinione pubblica, specie quando l’applicazione rigorosa di una norma stride con ciò che dovrebbe regolare i comportamenti di ciascuno di noi, ossia il buon senso.

Mi riferisco ai soldi che il Municipio (e dunque l’intera collettività) è obbligato a corrispondere ai datori di lavoro dei consiglieri comunali dipendenti per le ore  che questi esponenti politici sottraggono al proprio impiego per svolgere la propria attività istituzionale.

La materia è regolata dal testo unico degli enti locali, in particolare dagli articoli 79 e 80 del decreto legislativo numero 267 del 18 agosto 2000.

Nel caso specifico, infatti, il Comune, infatti, su documentata richiesta di queste aziende, è tenuto a rimborsare alla società che ne fa istanza “l’onere per le assenze dal servizio per i dipendenti eletti o chiamati a ricoprire cariche pubbliche che beneficiano di permessi orari retribuiti per partecipare alle riunioni degli organi di cui fanno parte”.

In pratica, il consigliere comunale dipendente presenta al proprio datore di lavoro un prospetto ufficiale, firmato da un responsabile municipale su carta intestata dell’Ente, in cui documenta tutto il tempo che ha trascorso per svolgere riunioni di commissione o consiliari nell’arco di uno o più mesi. Tempo che, per legge, gli deve essere pagato (oltre che dal Municipio con un “gettone di presenza” di 30 euro lordi) anche dalla sua azienda, come se in quel momento fosse attivo e presente sul posto di lavoro, dunque in proporzione allo stipendio percepito mensilmente in base alla propria qualifica, compresi contributi previdenziali, assistenziali e spese di viaggio.

Dopodichè è il datore di lavoro che presenta questo carteggio al Municipio chiedendo ed ottenendo (per legge) il rimborso di tutte le somme che ha pagato al proprio dipendente come se in quelle ore fosse a disposizione dell’azienda.

Questo adempimento comporta un’ulteriore spesa per la collettività.

E si tratta di una spesa nemmeno tanto lieve per le casse del Municipio.

Basti pensare, a titolo di mero esempio, che c’è un consigliere comunale che è costato, di soli permessi per attività politica certificata, circa 2.600 euro in due mesi.

Soldi che il Comune ha dovuto rimborsare all’azienda di cui è dipendente.

Un’azienda  di proprietà di uno suo strettissimo familiare.

Leggendo la determina dirigenziale che autorizza questo pagamento (la numero 1436 del 4 settembre),  si è scatenata la mia curiosità.

Mi piacerebbe sapere un po’ di cose.

Ad esempio: quanti consiglieri comunali nella storia di Pozzuoli lavorano o hanno lavorato per un’azienda di famiglia (o anche di proprietà di amici e conoscenti del politico in questione) a cui tutti noi abbiamo dovuto poi rimborsare le ore di attività istituzionale svolte dall’eletto?

L’assunzione di questi politici presso aziende di parenti o amici è stata sempre anche precedente o successiva ai periodi in cui essi hanno svolto il mandato da consigliere?

Da quando è in vigore la legge che regola la materia specifica, a quanto ammonta  la spesa complessiva (e a beneficio di quali aziende) sopportata dal Municipio (cioè da tutti noi) per rimborsare queste ore di lavoro perse a ditte di proprietà di parenti o amici dei consiglieri dipendenti?

Chissà se riceverò mai risposte a queste domande.

Nel frattempo, un appello mi sento di farlo, con tutta la forza che ho, ai politici che sono lavoratori  dipendenti di parenti o amici, a maggior ragione nel caso in cui entrambe le parti siano molto benestanti.

Con un Comune che ha tante di quelle pezze al sedere da non poter pagare nemmeno i buoni-libro agli studenti delle scuole medie e superiori…il buon senso dovrebbe suggerirvi di non attivare in alcun modo le procedure per ottenere questi rimborsi, anche se vi spettano per legge.

E, se proprio non volete o potete farne a meno, fate in modo che questi soldi finiscano in beneficenza.

Altrimenti, come si dice dalle nostre parti, “pare brutto”.

Molto brutto!

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