Ricevo e pubblico*

La didattica a distanza ha invaso le case degli italiani. La scuola è una presenza costante, per la maggior parte delle famiglie.

Tuttavia, in condizioni normali, è una presenza-assenza: per diverse ore i bambini e  i ragazzi sono fuori, a scuola appunto, e poi quando tornano, se devono  fare i compiti, possono farlo, almeno in parte (si spera), per conto loro.

Con l’interruzione delle attività didattiche per l’emergenza Covid19, gli studenti sono rimasti sempre a casa.

E lo sforzo di  raggiungerli con la didattica a distanza ha portato in casa una parte di  quello che si fa in classe, coinvolgendo le famiglie molto più dei soliti compiti.

La scuola è diventata molto più invasiva.

È importante cercare quindi di  chiarirsi le idee su quello che si è potuto o non si è potuto fare con la  didattica a distanza, DAD.

Zoom, Gsuite ed altre piattaforme digitali sono entrate nelle case di  alunni, docenti, dirigenti per interagire e fare scuola.

Ma vediamo nei dettagli:

La DAD andava fatta, su questo non può esserci dubbio. Il diritto all’istruzione, in queste condizioni, poteva essere garantito solo così. Il sistema scolastico era ad un bivio: assicurarla o no. Si è optato per il sì e dunque le scuole, con a capo i dirigenti scolastici, si  sono organizzate. È stato detto da più parti che andava fatta anche per  non lasciare soli gli studenti e le famiglie in questa situazione, tragica in  alcune aree del paese. C’è stato però un grosso problema: il divario digitale, cioè la forte  differenza di dotazioni  informatiche (strumenti e connessione) a seconda  delle classi sociali e delle zone del paese. Secondo molti, la DAD ha  approfondito questo divario, è risultata iniqua perché ha aggravato  l’iniquità sociale. Non è esattamente così. Il divario digitale è  radicato in un divario sociale anteriore alla scuola; la scuola non può eliminarlo; in condizioni normali ne riduce solo alcuni effetti sul lato  istruzione-educazione, se funziona bene: a distanza, ne limita meno gli  effetti, perché è più difficile farlo; ma se non fa niente, quegli  effetti si dispiegano nella loro totalità. Quindi: non è vero che ha aumentato il divario sociale, semplicemente lo ha combattuto con mezzi  più limitati. Ma se non lo avesse fatto, sarebbe stato peggio.

Erano obbligati i docenti? Secondo l’attuale situazione contrattuale e normativa, no. È inutile e dannoso aprire un conflitto su questo. Si era detto, meglio se tutti la fanno, quindi rafforzare al massimo il senso di responsabilità e di  solidarietà per cui moltissimi si sono mossi. Si è fatto in modo di far  muovere la maggior parte perché coinvolti da un forte senso di comunità, e non perché obbligati senza essere convinti della legittimità di questa pratica.

Ricordiamo che non erano obbligati gli studenti, quindi si poteva creare una situazione difficile. Bisognava raggiungerli tutti, ma se non definito lo statuto della DAD  non era possibile registrare ufficialmente le assenze, chiederne la giustificazione.  Non essendo obbligati, il lavoro degli studenti andava  reso del tutto praticabile nelle condizioni date, per rendere più facile  una “frequenza” massiccia. Questa “non obbligatorietà” si ripercuote su due aspetti molto importanti: la valutazione in itinere, e quella conclusiva (gli scrutini). In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, decisioni penalizzanti potrebbero incorrere in azioni legali e essere impugnate. Più sotto  tratteremo della valutazione in itinere. Quanto agli scrutini, va sottolineata la  decisione ministeriale di non bocciare, per quest’anno, ma porre attenzione alle valutazioni che serviranno per stabilire più o meno delle competenze in uscita per poter ripartire bene l’anno prossimo. La didattica quindi è stata costretta a cambiare, perché in un quadro diverso: senza bocciature. Una sfida.

Come si è fatta la DAD, in questo quadro? Primo: raggiungere tutti, quindi il lavoro prevalente non doveva limitarsi ad essere la videolezione. Ma un’attività che gli studenti potevano fare con una certa autonomia, anche se guidati dai docenti. È un equilibrio difficile: bisognava esserci, avere un contatto costante, allo stesso tempo proprio il collegamento digitale non doveva essere  troppo presente, pena un sovraccarico di lavoro, problemi per le  famiglie con più figli, con genitori che avevano bisogno di usare pc e telefoni per lavoro, o con genitori fuori per lavoro. La cosa più difficile è stato questo equilibrio.

Le videolezioni, o comunque le attività in collegamento diretto (sincrono) sono servite, per “seguire” i ragazzi, per accompagnarli  sempre; sarebbero dovute essere, e in tante realtà così è stato,  “costanti”, che vuol dire regolari; non vuole dire che dovevano essere onnipresenti, soffocanti; però il contatto quotidiano di qualcuno del  Consiglio di Classe ci doveva essere, anche breve. Il contatto poteva  essere garantito anche con altri mezzi, oltre al video in sincrono: video registrati, messaggi scritti, messaggi audio, eccetera. La cosa più  importante: gli studenti dovevano sentirsi seguiti. E, ripetiamo, in  tantissimi casi, così è stato.

È stato necessario però impostare un lavoro didattico che occupasse gli studenti autonomamente: non bisognava precipitarsi a fare lezioni o  a fare quello che si sarebbe fatto in aula; bisognava prendersi il tempo  di programmare, preparare materiali, elaborare. Organizzare attività che gli studenti avessero potuto svolgere, ricevere i risultati di queste  attività; leggerli e correggerli; valutarli indicando punti di forza e di debolezza; e poi “vedersi” con gli studenti, per parlarne. Il momento  di incontro doveva servire per discutere i lavori fatti, per rivederli, per restituirli. Questo poteva essere fatto in videolezione, ma anche  con forum di discussione, o via email. Anche solo dare dei testi da leggere e poi parlarne a partire da dubbi e domande. Evitare quanto più  possibile la “lezione”: se si fossero annoiati o distratti,  l’apprendimento ne avrebbe inevitabilmente risentito. E poi il monitoraggio: in molte scuole i docenti, settimanalmente, hanno  dovuto stilare delle schede con il lavoro effettuato, elencando difficoltà, criticità, ma anche aspetti positivi e buoni propositi.

Valutazione. Andava fatta, serve. Ma intendiamoci sulle parole: valutazione non vuol dire voto. Chi pensa e pensava subito di “mettere i voti”, perché altrimenti “non ha abbastanza voti”, era ed è completamente fuori strada.  Anzi, diciamo le cose come stanno: è fuori strada anche in condizioni ordinarie.  La scuola non ha bisogno di “mettere un sacco di voti”, neanche in condizioni normali. Forse questa emergenza ha potuto far  capire che la scuola fatta bene non ha il suo fine ultimo e il suo centro nel voto, che si può fare bene scuola anche senza voti. Bisogna  valutare facendo quella che viene chiamata in gergo valutazione  formativa, cioè finalizzata a far vedere a ogni studente i suoi punti di forza e di debolezza. Sono state introdotte altre due sigle, PAI e PIA.  Per gli alunni ammessi con insufficienze, il Consiglio di Classe predispone un Piano di Apprendimento Individualizzato (PAI) in cui  devono essere necessariamente indicati, per ciascuna disciplina, gli  obiettivi di apprendimento da conseguire e le strategie per il  raggiungimento degli stessi. Non esiste un modello unico: il PAI può  essere redatto da ogni singola scuola sulla base delle precise indicazioni fornite dall’ordinanza ministeriale e approvato dal Collegio  dei Docenti. A partire da questo piano, sarà possibile il prossimo anno monitorare l’effettiva acquisizione degli obiettivi non raggiunti da  parte degli alunni ammessi con insufficienze. Per gli alunni con disabilità certificata, con Disturbi Specifici di Apprendimento e con Bisogni Educativi Speciali, il Piano di Apprendimento Individualizzato, ove necessario, integra il PEI o il PDP,  piani programmatici specifici già in uso. In considerazione della sospensione delle attività didattiche in  presenza e delle iniziative svolte in modalità a distanza, se  necessario, il Consiglio di Classe redige inoltre un Piano di  Integrazione degli Apprendimenti (PIA) per ciascuna disciplina in cui  non siano stati raggiunti gli obiettivi di apprendimento programmati all’inizio dell’anno. Anche in questo caso, non esiste un modello unico.  Le attività previste nei due Piani costituiscono a tutti gli effetti attività didattica ordinaria, hanno inizio a decorrere dal 1° settembre  2020, integrano il primo quadrimestre e, se necessario, proseguono per l’intera durata dell’anno scolastico 2020/2021.

Bisognava evitare assolutamente la riproduzione delle pratiche tradizionali. Non fare “compiti in classe”, è ovvio, e quindi molti si sono buttati, erroneamente su interrogazioni online. Questa è una aberrazione, se  fatta pensando all’interrogazione tradizionale (secondo la moderna  Pedagogia, già discutibile). Bisognava pensare e ricorrere, per l’orale, a forme alternative all’interrogazione: e in molte scuole l’hanno fatto.  Per esempio presentazioni fatte dagli studenti, seminari a piccoli  gruppi (quattro-cinque studenti), eccetera. Cosa fondamentale, abbandonare  l’idea che “sapere” vuol dire “avere imparato a memoria”.

Cooperazione. La collegialità, cioè la cooperazione tra i docenti, è fondamentale nella scuola, sempre. In condizioni di DAD, ancora di più. Se i docenti non si coordinano, non concordano un orario delle loro attività, non si  parlano sui metodi e sul carico di lavoro, la DAD, ma non solo essa, è  destinata a deragliare. Avere spirito di cooperazione, abbandonare l’individualismo spesso presente nella didattica italiana (specie nella secondaria) è la prima cosa.

Flessibilità. Le soluzioni proposte dovevano e dovrebbero essere flessibili, rapide. Non bisogna perdersi in vincoli burocratici che impediscono di raggiungere subito e bene i ragazzi. Per esempio: è stato necessario, da  parte delle scuole, garantire prima di tutto il risultato, raggiungere  gli studenti, non mettere vincoli rigidi rispetto all’uso degli strumenti o ad altri aspetti. Dall’altro lato, i docenti dovevano  capire, e nella maggior parte dei casi, è stato fatto, che non potevano  in nessun modo riprodurre la situazione ordinaria: per esempio, l’orario dei collegamenti in videolezione doveva essere leggero, mai essere  uguale a quello ordinario e flessibile quando necessario. Anche qui,  bisognava raggiungere un equilibrio molto difficile: da una parte  garantire flessibilità e apertura, dall’altra dare agli studenti una nuova routine, rassicurante e gratificante in grado di assicurare  formazione e, al tempo stesso, socializzazione e coinvolgimento emotivo.

In conclusione, attraverso questa particolare modalità di insegnamento, in  molte scuole, anche facendo di necessità virtù, si sono registrati  risultati ragguardevoli che hanno fatto superare le limitazioni e le difficoltà sia iniziali che in itinere, vedendo sfumare così dubbi e perplessità in favore di aspetti generali educativo-didattici  assolutamente positivi.

*Ennio Silvano Varchetta (docente di scuola secondaria di primo grado e giornalista pubblicista)