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I genitori e il figlio “diverso”

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a cura dell’avvocato Maria Grazia Siciliano 

I figli sono “doni del cielo”. I figli sono “piezz ‘e core”. “Ogni figlio è bello a mamma sua”. Nell’immaginario di ogni donna, di ogni uomo, di ogni famiglia, di ogni società, i figli sono il bene più prezioso.

Vero. E falso.

Perché l’attesa, il progetto, la fantasia, l’illusione, spesso contrastano con la realtà.

Lo stereotipo che avere un figlio equivale a felicità, ad amore, a successo, ad orgoglio, non sempre si cala nella vita di tutti i giorni.

Pertanto, occorre fare un bagno di umiltà e verità, ed ammettere che, purtroppo, non sempre avere un figlio è qualcosa di bello, di buono, di giusto, e che non sempre un figlio migliora la vita, qualche volta la peggiora. Magari la trasforma in un vero incubo o inferno.

Questo non vuol dire che il dovere, il sentimento di bene debba essere cancellato, ma occorre essere coscienti che quel bambino, indipendentemente dalla responsabilità in capo al genitore, indipendentemente dai doveri morali, legali e sociali, non gratifica la vita del genitore stesso, anzi, la annebbia, la inquieta, la rende non più serena. Perché magari si vuole bene e si accetta ugualmente il nuovo arrivato, ma il prezzo da pagare è alto: si perde la felicità, le serenità, l’amore.

Si perde l’idea del figlio voluto, cercato, desiderato, e mai avuto!!

Quando??

Quando l’essere che nasce ha un carattere complesso, quando si ribella, quando incarna l’opposto della stessa esistenza del genitore.

Quando rappresenta il male, l’odio, la cattiveria, l’egoismo. Quando si ha il coraggio di ammettere che il figlio rappresenta un gigantesco problema.

E se questo vale per tutti, il rapporto può essere ancora più difficile se c’è un bambino disabile grave, o cieco, o muto, o epilettico o con deficit cognitivo.

Esistono tanti tipi di handicap, la sindrome Down, forse, è la più semplice, perché esiste l’autismo, e tante altre gravi patologie, sia molto comuni, sia rare, sia ancora sconosciute.

Sicuramente, tra le problematiche esistenti tra l’avere un figlio “complesso e diverso” ed avere un figlio portatore di handicap, non c’è paragone.

Perché quando nasce un bambino disabile i genitori si trovano ad affrontare una situazione disadattante e particolarmente drammatica. Tutti i loro sogni sull’idea dell’arrivo del figlio ideale e sulla progettazione del suo futuro si scontrano con una realtà fatta di delusioni, diagnosi infauste, angosce e frustrazioni.

I sentimenti positivi di attesa e fiducia maturati nel corso della gravidanza sono costretti a confrontarsi con l’evidenza di un figlio con difficoltà.

Essere genitori di un bambino disabile è un ruolo che una persona non sceglie.

L’annuncio della disabilità costituisce il momento a partire dal quale una nuova realtà familiare prende vita e niente potrà essere più come prima.

Inizialmente la reazione dei genitori alla presenza di un figlio disabile è di dolore, tanto forte da essere paragonato ad un lutto. Quindi in una primissima fase essi devono elaborare il lutto della perdita del figlio perfetto, del figlio “normale”, del figlio ideale.

Accade che i genitori si  scoprono vulnerabili e non onnipotenti, subiscono un vero trauma, un vero  shock,  soprattutto perché si paragonano agli altri, vedono intorno a sè sorrisi, emozioni, magari la felicità degli altri genitori che festeggiano la nascita del  loro figlio “normale”.

E vivono un profondo senso  di ingiustizia, di impotenza. Può accadere, poi, che la coppia si senta colpevole, e quindi responsabile di quanto accaduto al bambino.

Nasce, inoltre, la paura del confronto con il contesto sociale, con il rischio concreto di attraversare periodi di  depressione e isteria.

Man mano, prendendo consapevolezza, i genitori incominciano a nutrire rabbia verso l’ingiustizia subita e vergogna.

Vergogna sociale.

Quel figlio rappresenta una loro debolezza, una loro incapacità, il risultato del loro fallimento. Infine, poi, con il trascorrere del tempo, a meno che non sia subentrato un rifiuto totale da parte di tutti e due o di uno dei due genitori, i quali decidono di allontanare ciò che vedono come la “causa del loro dolore e del loro fallimento” e decidono di liberarsi dal problema, consegnandolo a delle case di cura, si insinua negli altri genitori la speranza, la convinzione che il problema possa essere magari affrontato e risolto.

Così iniziano le diagnosi, gli accertamenti, le visite specialistiche, gli approfondimenti per capire il perché, il come, per dare una giustificazione al triste evento. Inizia un percorso lungo ed estenuante che prima o poi volge al termine, con la presa di coscienza dell’irreversibilità della situazione che induce e conduce, finalmente,  la famiglia ad intraprendere un lento cammino di adattamento che porta alla piena accettazione della disabilità, accompagnata quindi all’elaborazione di un progetto di vita per il figlio. Perché avere un figlio disabile, equivale a progettare la vita per le sue esigenze.

Quindi di accettare ed adeguarsi a lui, alla sua diversità, alla sua menomazione, al suo handicap.

Ed ecco che, paradossalmente, la situazione si ribalta, per cui, mentre i genitori di un figlio portatore di handicap, dopo mille battaglie e mille pianti, trovano il loro equilibrio, e quindi la loro dimensione di famiglia, coloro che, invece, hanno figli privi di handicap fisici, ma al contempo sono “diversi”, perché inadeguati al nucleo familiare, perché portatori di un disagio emotivo che non ha logiche, difficilmente può essere accettato dai genitori, i quali saranno sempre non sereni, infelici, addolorati e si sentiranno falliti.

Falliti perché il figlio, il loro figlio, rappresenta un disagio, un fallimento che non potrà mai essere appianato, e la cui accettazione a nulla serve, se non per addolcire la pillola.

Perché quel figlio, con il suo modo di essere  non sarà mai parte dei suoi genitori, della sua famiglia, sarà per loro un fallimento, un dolore, una pena che deve essere espiata. Potrà esserci nei suoi confronti anche affetto, magari tenerezza, ma mai al vero amore.

E non per vendetta o cattiveria, ma perché mettere al mondo chi rappresenta il male, la cattiveria, non può indurre all’amore, ma al massimo al perdono.

Al senso di sacrificio, di prova divina, di proprio destino da vivere ed accettare.

Perché avere un figlio non equivale automaticamente all’amore, alla felicità.

Molto spesso, magari, prima è necessario un lungo e tortuoso percorso, poi si approda anche all’amore. Forse, perché, semplicemente, l’amore per un figlio è infinito, sfaccettato ed unico.

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