Il signor Manlio Cocchiara, deceduto il 21 giugno per una polmonite


Ricevo e pubblico*

Salve, mi chiamo Daniela Cocchiara e sono residente a Pozzuoli da 10 anni.

Scrivo questa lettera rivolgendomi personalmente al sindaco Vincenzo Figliolia come massima autorità sanitaria cittadina e al direttore sanitario dell’ospedale “Santa Maria delle Grazie” per denunciare pubblicamente un fatto molto grave accaduto il 30 maggio scorso.

Caro Sindaco, mi rivolgo prima di tutto a Lei, che seguo quotidianamente, specialmente nel lungo periodo buio della pandemia, per raccontarle questa assurda e triste storia, e mi rivolgo a lei, Direttore Sanitario dell’Ospedale sopra citato, perché legga con la massima attenzione ciò che purtroppo La riguarda molto da vicino e su cui spero Lei intervenga nella misura che riterrà opportuna.

Il giorno 28 maggio mio padre Manlio (75 anni) improvvisamente ha iniziato ad avere tosse e febbre ed il 30 mattina si è aggiunta un’evidente difficoltà respiratoria, associata naturalmente all’affanno (per capirci meglio, al telefono non si capiva nulla di quello che diceva, poiché le parole venivano spezzate dalla difficoltà respiratoria).

A quel punto, mia sorella (farmacista a Napoli) si è messa in contatto con uno pneumologo e mio zio (dottor Sergio Cocchiara pediatra qui a Pozzuoli) si è rivoltoall’ospedale Santa Maria Delle Grazie  per chiedere di effettuare a mio padre il tampone il prima possibile, tampone che gli avrebbero fatto martedì 2 giugno.

Lo pneumologo che abbiamo contattato ci ha consigliato di acquistare un saturimetro per controllare l’ossigenazione del sangue e suggerendoci di contattare subito  il 118 laddove i parametri fossero stati al di sotto di 90 e se l’affanno non avesse accennato a diminuire.

Abbiamo atteso un po’, continuato la cura che faceva da due giorni  e comprato il saturimetro.

Mio padre ha continuato ad avere una fortissima tosse e affanno. L’ossigenazione  – misurata 2 volte –  ha dato un valore al di sotto di 90, 85 e poi 82: a quel punto abbiamo chiamato il 118 (più o meno verso le 10 del mattino) che dopo una certa insistenza…diciamo fortissima insistenza… ha finalmente mandato un’ambulanza.

Ci aspettavamo un dottore, invece è arrivata  un’infermiera.

Costei si è stupita di non trovare mio padre con febbre a 40 e, dopo una visita molto approssimativa,  ha sostenuto che al 90% non poteva avere il nuovo coronavirus, ma (e qui c’è la sconcertante gravità), piuttosto stava avendo degli attacchi di panico dovuti alla paura di avere il Covid.

All’apparenza mio padre, quando è stato ‘visitato’ dall’infermiera, non manifestava gravi sintomi di questa insufficienza respiratoria, ma soltanto perché, da pochi minuti, mia madre gli aveva somministrato un medicinale indicato telefonicamente dallo pneumologo proprio per superare queste crisi.

Mia madre tuttavia, alla stessa infermiera, ha comunicato i valori dell’ossigenazione registrati dal saturimetro e lei, (sempre in modo approssimativo e sminuendo tutto) ha ribadito che era solo paura e che IL SATURIMETRO HA REGISTRATO QUESTO ATTACCO DI PANICO: ASSURDA AFFERMAZIONE!

Questa infermiera (dopo essersi consultata, a suo dire, telefonicamente con un medico) ed il suo collaboratore hanno CALDAMENTE INVITATO mio padre A NON FARSI PORTARE IN OSPEDALE, POICHÉ AL MASSIMO GLI AVREBBERO FATTO UN EMOCROMO E LO AVREBBERO RIMANDATO A CASA…È STATA MOLTO INSISTENTE  nel convincerci che lui tutto sommato stava bene (“avrete preso un po’ di aria fresca di maggio visto che vivete in questo bel parco pieno di verde…!”) e, ribadendo più volte sia lei che l’autista /infermiere…che sicuramente non era nulla di che, cosi, gli hanno fatto firmare un foglio in cui (lui!) rifiutava il ricovero.

Sette ore dopo, abbiamo portato mio padre all’ospedale “Cotugno” perché non respirava: è arrivato al “Cotugno” con uno scompenso cardiaco e con un senso di soffocamento: dopo un tampone fatto all’istante (con esito negativo), la tac (subito eseguita)  ha evidenziato un grosso versamento ai polmoni.

Viene sedato ed aiutato da un casco che lo aiuta a respirare: ci dicono che l’ossigenazione è molto bassa e che la situazione è molto delicata.

Mio padre è arrivato al “Cotugno” con il 43% di ossigeno nel sangue: a 40 si muore, cosa che poi è accaduta dopo 3 settimane nella sala rianimazione dell’ospedale “Monaldi”.

Mio padre è morto il 21 giugno per una polmonite chimica, non per il Nuovo Coronavirus.

Ho salutato mio padre il 30 maggio convincendoci e rincuorandoci che forse lui si era un po’impressionato, quasi quasi abbiamo sminuito il tutto anche noi..(del resto noi non siamo medici e, in effetti, non lo era neanche la persona che è venuta in ambulanza).

Dal 30 maggio in poi noi non abbiamo più visto e né parlato con nostro padre.

Ricevevamo solo una telefonata al giorno verso le 14 e poi direttamente il giorno dopo.

Grazie a mio fratello (che ha proposto di scrivergli delle lettere per fargli sentire il nostro affetto e soprattutto per non fargli pesare la solitudine) siamo riusciti un pochino a comunicare con lui.

I medici ci hanno detto che, quando lui ricevette la prime nostre lettere, la sua emozione fu fortissima, quasi controproducente (ma, considerando l’epilogo…meno male che ci siamo scritti).

In una delle lettere (che ancora oggi non riesco a rileggere) ci rincuorava che non sarebbe morto e che dopo questa esperienza non avrebbe avuto più beni materiali  ma avrebbe avuto la vita e la sua famiglia.

Non mi soffermo sullo stato di solitudine che ha vissuto il mio papà: dovrei soffermarmi sulla solitudine di centinaia di persone che hanno conosciuto questo sentimento in questo ultimo lunghissimo periodo.

Ebbene, caro Sindaco, rifletto e mi domando:  e se le 7 ore trascorse (più quelle della mattina in cui mio fratello ha dovuto quasi minacciare il personale del 118 per farli venire) tra la contemplazione del nostro parco e del saturimetro che registra l’attacco di panico e la sensazione di affogare che alle 18 mio padre con un filo di voce manifestava di avere…ABBIANO DECRETATO LA SUA MORTE??

I medici del “Monaldi” ci hanno detto che i peggioramenti sarebbero stati rapidi: Lei si immagina quanto questo dubbio ci stia distruggendo??

Sette ore a casa a convincersi che era solo un attacco di panico o peggio l’aria fresca di maggio: 7 ore sono tante, c’è da impazzire pensando a ciò che è accaduto dopo.

Io mi domando: oggi si porta in ospedale solo un paziente (visitato all’acqua di rose) ma che sicuramente ha il Covid?

Oggi si può morire solo di Covid?

Mi sbaglio nel dire che sono le polmoniti ad aver segnato la fine di tanti papà ammalatisi di Covid?

E sbaglio nel dire che un’infermiera professionista ha l’obbligo di essere più che scrupolosa quando, in piena pandemia, un uomo di 75 anni senza patologie pregresse manifesta un senso di soffocamento avallato soprattutto da uno strumento esplicativo quale è il saturimetro?

Com’è possibile che dopo tutti questi morti si è ancora cosi vergognosamente superficiali?!

Questa pandemia dovrebbe aver toccato le note più sensibili della nostra anima, di tutti noi, e purtroppo ha fatto molto di più!

E’assurdo sapere che nelle ambulanze non sia presente un medico ed è sconcertante che il personale del 118, che dovrebbe essere “fortemente sensibilizzato dal Nuovo Coronavirus”, possa scambiare una polmonite per un attacco di panico o (peggio ancora) ‘un po’di freddezza’.

Non si può accettare un comportamento simile proprio da chi ha toccato con mano e che dovrebbe saper fare bene il lavoro che ha scelto.

Io mi rivolgo a voi, organi di massima competenza, perché nessuno ci toglierà mai più il dubbio che 9 ore circa (dal momento in cui abbiamo iniziato ad invocare l’arrivo di un’ambulanza) potevano fare la differenza…

Tutti i giorni, dal 21 giugno, parlo con mio padre per avere risposte che non avrò.

Forse oggi sarebbe ancora vivo,o forse no, ma un fatto è certo: mio padre non aveva un attacco di panico e non aveva preso un po’ di freddezza, aveva una polmonite in atto che è peggiorata fortemente con il passare del tempo.

Questa negligenza, superficialità, approssimazione e forse anche incompetenza non va dimenticata né sottovalutata.

Mio padre non tornerà più, ma va fatto sapere a tutti ciò che è accaduto perché non si ripeta più!

E noi andremo fino in fondo a questa vicenda, con tutti gli strumenti che avremo a nostra disposizione per fare chiarezza sull’accaduto.

I MEDICI, GLI INFERMIERI NON SVOLGONO SOLTANTO UN LAVORO, HANNO SCELTO DI COMPIERE UNA MISSIONE: PRENDERSI CURA DEI NOSTRI CARI LADDOVE NOI NON POSSIAMO PIÙ!

*Daniela Cocchiara