Non basta attrezzare reparti per ospitare pazienti malati di coronavirus ed estendere il più possibile l’uso di un farmaco antiartrite. Bisogna innanzitutto evitare che gli ospedali diventino, paradossalmente, focolai di contagio anzichè luoghi di cura. E potenziare il personale, formando adeguatamente chi, di punto in bianco, si trova, giocoforza, costretto ad occuparsi di una patologia finora sconosciuta.

E’ l’appello che, attraverso varie testimonianze, stiamo raccogliendo negli ultimi giorni da chi, per lavoro o perché questi operatori li rappresenta, conosce bene la situazione da incubo in cui si stanno trovando medici e infermieri dell’area flegrea e di tutta la Campania.

Un documento illuminante in tal senso è quello firmato l’altro ieri dai sindacalisti Bruno Di Giacomo (Cgil), Giuseppe Antonio Esposito (Cisl) e Ciro Chietti (Uil). Destinatari i vertici dell’Asl Napoli 2 Nord.  Ve ne proponiamo il contenuto integrale nelle foto che seguono.

Poi ci sono anche le esperienze dirette. Stamattina ci ha contattati un operatore socio sanitario in servizio al “Santa Maria delle Grazie” di Pozzuoli. Ecco cosa ci ha raccontato: “Stiamo facendo di tutto per prevenire, per curare, per soccorrere? Noi ogni mattina andiamo in trincea, sappiamo che lasciamo casa e non sappiamo se ci torneremo, visto che se ci ammalassimo di coronavirus dovremmo rimanere in quarantena all’ospedale. In pronto soccorso è capita anche di ospitare un mio collega con febbre e tosse, il risultato del tamponi è arrivato dopo tre giorni ed è risultato positivo, ora è in quarantena. E chi è andato in pronto soccorso dopo di lui, cosa ha rischiato? Quanti altri casi come il suo non conosciamo? E le persone come me, che vanno nei reparti e fanno il tragitto per portare le urgenze giù dove abbiamo il laboratorio di analisi, chi le tutela? Una mascherina chirurgica? Siamo dunque noi i primi a diffondere questo maledetto virus? Siamo i primi a poter essere contagiati e a poter contagiare a nostra volta? Se non tutelano noi che lavoriamo in ospedale, questo virus non andrà mai via”.

Roba da far tremare le vene ai polsi.

Come la lettera aperta, pubblicata ieri su Facebook, da un chirurgo di Pozzuoli, il dottor Antonio Braucci (nella foto di copertina e in quelle seguenti), che ha descritto in maniera minuziosa ciò che vede, tutti i giorni, con i suoi occhi, negli ospedali dell’area vesuviana, dove lavora con un incarico trimestrale.

Una lettera lunghissima, ma che vale la pena di leggere dall’inizio alla fine.

“Con spirito di abnegazione, ho accettato mansioni e turni che poco hanno a che vedere con la Specialità Chirurgica in cui mi sono formato, cercando nel breve tempo di approfondire gli aspetti del nuovo lavoro che avrei di necessità presto dovuto affrontare. Ovviamente, tra gli aggiornamenti fondamentali, ho preso visione del protocollo esistente già a partire dal 12 marzo 2020 presso questa Azienda per la gestione dei pazienti sospetti, probabili e accertati con infezione da COVID19, e per la prevenzione del contagio.
Ho trovato il documento sopra citato di estrema utilità nello svolgimento di questo lavoro, MANCANDO NEL CONTEMPO OGNI TIPO DI FORMAZIONE DEL PERSONALE MEDICO, INFERMIERISTICO E SOCIOSANITARIO IN LOCO CHE IN UNA SITUAZIONE DI REALE EMERGENZA HA UNA RILEVANZA ESTREMAMENTE PIU’ IMPORTANTE DEL REITERATO MONITO AI CITTADINI DI DENUNCIA PENALE NEL CASO ABBANDONINO LE LORO CASE CHE ORMAI IMPERVERSA SU MEDIA E SOCIAL A PARTIRE DAL 11 MARZO.
E’ proprio così: noi medici, infermieri, operatori sociosanitari veniamo assunti e mandati in trincea senza un minimo di organizzazione e preparazione, per far fronte a una situazione, come quella attuale, che mai prima d’ora abbiamo vissuto in prima persona, potendo fare affidamento soltanto sulla reciproca solidarietà tra noi operatori esposti in prima linea.
Inutile, aggiungere a questo mio appello, anche quello che sicuramente sarà arrivato alla vostra attenzione, a rendere disponibile un numero maggiore di DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE per gli operatori sanitari, dal momento che siamo costretti ad averne meno di uno a testa per turno di servizio, il che costringe, in una realtà particolare come quella del Pronto Soccorso di Torre del Greco, in cui non esiste un vero e proprio percorso COVID 19, che non sia sovrapponibile a quello che dovrebbe essere un percorso PULITO, medici e infermieri a dover scegliere se prestare la propria opera presso il Pronto Soccorso generale o l’area riservata ai pazienti con SARS-COV2. Per di più, avendo una durata limitata il filtro delle maschere FFP2 e FFP3, la loro protezione risulta vana, dovendo rimanere a contatto con un paziente sospetto o accertato almeno 6 ore, se non 12, vista la carenza di ulteriori dispositivi e di personale. Ne consegue che un operatore sanitario sarà inevitabilmente esposto a una carica virale non indifferente da Coronavirus, e senza possibilità, a meno che non sia sintomatico, di effettuare il tampone.
Ma torniamo alla NOSTRA PROCEDURA OPERATIVA. Se leggiamo a partire dalla pagina 18/53 ci rendiamo conto che esiste un’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE composta da MMG e Operatori 118, la cui funzione sarebbe quella di evitare l’intasamento e il disservizio del PS e dei Reparti di Degenza COVID 19, attraverso la Centralizzazione dei casi sospetti, probabili, accertati. La procedura descritta è molto semplice e consiste nel contatto personale o telefonico del MMG o del Medico di 118 con il paziente, al fine della raccolta anamnestica, nella segnalazione del caso di dubbio al Dipartimento di Prevenzione – UOPC di appartenenza, nella compilazione della scheda di Segnalazione di caso sospetto, probabile, accertato e nella prescrizione della quarantena del paziente in attesa di tampone, a meno di gravi comorbilità o di condizioni scadenti di salute che ne giustifichino un accesso al centro COVID19 di competenza, che per la ASL Napoli 3 Sud è individuato nel Presidio Ospedialiero di Boscotrecase. E invece cosa succede nella realtà? La situazione che ormai si ripete costantemente è che il 118 porta in Pronto Soccorso a Torre del Greco, peraltro, e non a Boscotrecase, anche pazienti paucisintomatici, con una sola diagnosi di sospetto, che potrebbero, come da protocollo e linee guida nazionali e internazionali, anche se positivi, trascorrere la quarantena a casa, con controlli da parte del Servizio di Sorveglianza Territoriale. Portare pazienti COVID19 sospetti al Pronto Soccorso non attrezzato comporta una chiusura del Pronto Soccorso stesso per lo scopo che incarna alle necessità della comunità, dovendo andare incontro a processi di sanificazione, ma solo dopo che avrà smaltito il carico di pazienti sospetti per COVID 19, che, nel frattempo, continuano a susseguirsi.
Il tutto si traduce in disservizio per i pazienti non COVID 19, disagio per gli operatori sanitari che, come dicevamo sopra, non hanno DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE a sufficienza, disagio per lo stesso paziente sospetto, che verrà posto, immancabilmente, per assenza di aree differenziate, in contatto con altri pazienti sospetti, i quali il più delle volte si rivelano positivi.
A questo punto sopraggiunge il lato, consentitemi, comico. Ve lo spiego con un esempio pratico.
Ho due pazienti sospetti per stanza, ricoverati, diciamo, nella stessa giornata e che, in casi fortunati, effettuano subito il tampone (normalmente per avere la disponibilità di un tampone, per eseguire il test, attendiamo anche fino a 36 ore). I risultati arrivano, nella media, dopo 4 giorni dall’esecuzione del test.
In questo lasso di tempo, i pazienti soggiornano nello stesso ambiente di Pronto Soccorso, non areato a sufficienza, figuriamoci se a pressione negativa, scambiandosi l’aria che respirano ed eventualmente anche i patogeni presenti nelle loro vie aeree. Arriva finalmente la risposta del tampone che, casualmente, sarà positivo in un paziente e negativo nell’altro (parlo di esperienza reale vissuta più volte).
A questo punto, da normativa vigente, dovrei trasferire il paziente positivo, anche se in buone condizioni cliniche, perfettamente gestibile presso il proprio domicilio, al Presidio Ospedialiero di Boscotrecase, d’ora in avanti centro COVID19, e dimettere il paziente negativo, che probabilmente in questo lasso temporale si è positivizzato, visto che il risultato del mio tampone è la fotografia di una situazione datata 4 giorni prima, ed esporre tutti i suoi contatti, dal momento che mette piede fuori dal pronto soccorso, e per tutto il tragitto che percorrerà sino a casa, a possibile contagio.
A tutto questo, si aggiunge l’inadeguatezza strutturale del Pronto Soccorso di Torre del Greco, progettato in un tempo in cui non poteva prevedersi una Pandemia di tale entità, che non ha modo di isolare realmente pazienti COVID19 positivi o sospetti, da tutta l’utenza che vi giunge, esponendola di conseguenza, insieme a tutto il personale sanitario, al contagio virale.
E l’inadeguatezza del Pronto Soccorso di Torre del Greco a gestire una tale emergenza si configura anche nell’assenza non solo di dispositivi di ventilazione meccanica (CPAP) ma anche di dispositivi di misurazione dei parametri vitali, banali come un pulsiossimetro o un elettrocardiografo, che consentano di monitorare contemporaneamente l’area COVID 19 positiva e quella standard, anziché averne a disposizione uno solo, che deve essere continuamente, e per forza di cose non adeguatamente, sanificato per passare da un paziente “standard“ a uno COVID 19, sospetto o positivo.
E allo stesso tempo c’è la gravissima carenza di banale fornitura quale guanti, mascherine chirurgiche, copricalzari, occhiali protettivi, visiere protettive, cuffiette…
Eppure, in base a quanto affermato nel Protocollo Aziendale, il Pronto Soccorso del PresidioOspedaliero Maresca di Torre del Greco dovrebbe servire il territorio esclusivamentecome Pronto Soccorso e non come CENTRO DI SMISTAMENTO dei pazienti COVID 19 positivi e sospetti, funzione che dovrebbe essere assunta dal CENTRO COVID 19 di Boscotrecase e che accoglie invece solo casi positivi.
Dove, dunque, si pensa di destinare i pazienti COVID19 sospetti o probabili, ed in che modo e in che tempi si deciderà di attrezzare suddette strutture ricettive?

Ma la cosa più grave, caro Presidente e cari Direttori, è la mancanza di personale sanitario in numero adeguato per ciascun turno per soddisfare la duplice richiesta di occuparsi contemporaneamente della gestione del Pronto Soccorso e dei sospetti COVID 19: ci è stato imposto di lavorare con un solo medico per turno.
E’ inammissibile! Questo presupporrebbe che il medico abbia il dono dell’ubiquità e possa trovarsi contemporaneamente nell’area di quarantena e in quella del percorso normale, tanto più, che nell’area COVID 19, i computer non sono neanche dotati del programma per gestire la cartella elettronica, e le comunicazioni con l’altra ala vengono fatte “urlando” o “esponendo gli altri al contatto”, dal momento che manca persino il telefono.
E, se anche dovessimo analizzare un servizio di pronto soccorso, in periodo di non emergenza, un solo medico per turno sarebbe, comunque, inadeguato a gestire una media di 60000 accessi/anno.
Come vede, Illustrissimo Governatore, Spettabili Direttori, i protocolli esistono e, se fossero applicati, ci permetterebbero di lavorare con maggiore efficienza e sicurezza per noi e per i cittadini, contribuendo a fermare la diffusione del contagio. Ma non vengono applicati perché mancano le premesse per applicarli, perché manca tutto ciò che è necessario per gestire un normale pronto soccorso, figurarsi per gestirne uno adibito, in emergenza, anche a centro di smistamento COVID; non vengono diffusi e, nella stragrande maggioranza dei casi, gli stessi responsabili della salvaguardia della salute dei cittadini (medici di medicina generale, medici del 118, medici ospedalieri, infermieri, OSS) non li hanno ancora letti e assimilati, PERCHÉ NON SONO STATI EDOTTI DELLA LORO ESISTENZA!!! NON HANNO RICEVUTO ALCUN CORSO DI FORMAZIONE PER FAR FRONTE A QUESTA EMERGENZA!!!
Oggi, leggevo con attenzione la lettera di risentimento presentata dal Direttore Generale della ASL Napoli 1, indirizzata ai 5 colleghi AIF in Anestesia e Rianimazione, che hanno rifiutato l’incarico, adducendo come motivazione una retribuzione non adeguata. Benché possa essere rammaricato dal leggere che un collega, in questo momento di necessità, ponga davanti al Giuramento che ha fatto il vile denaro, non posso non FARMI ASSALIRE DAL DUBBIO CHE una tale rinuncia DERIVI ANCHE DALLA PAURA DI ESSERE MANDATO AL FRONTE SENZA ARMI ADEGUATE A FRONTEGGIARE QUESTO NEMICO, che si configura nella PAURA CHE IL NOSTRO SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE SIA INADEGUATO A GARANTIRE LA NOSTRA SALVAGUARDIA E INCOLUMITÀ, dettaglio che nelle dichiarazioni del Direttore viene probabilmente taciuto.
Per troppo tempo, noi operatori sanitari, soprattutto quelli collocati in prima linea, siamo stati oggetto di aggressioni, denunce, minacce e oggi anche al rischio di esposizione al contagio, perché trascurati da un sistema sanitario, di cui siamo gli attori principali e che dovrebbe tutelarci ma NON LO FA AFFATTO!
Anzi, così come organizzato, il SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE ci sfrutta, ci manda a morire come carne da macello, pretende e non assurge ai propri doveri di tutela per i suoi operatori, e oggi, in particolare, caro Governatore, ci viene chiesto di accettare contratti eccezionali e provvisori offerti a medici in formazione specialistica, a neolaureati, a pensionati, anziché stabilizzare chi da anni vive nel precariato. Sono sconcertato.
E’ questo anche il mio caso, in attesa di scorrimento di graduatoria, vengo impiegato con un contratto di Specialistica Ambulatoriale a tempo determinato, anziché essere assunto, per scorrimento di graduatoria, NECESSARIO IN QUESTA EMERGENZA, come Dirigente Medico a tempo indeterminato.
Eppure, nonostante tutto ciò, la stragrande maggioranza di noi medici continua ogni giorno a lottare per la salute dei pazienti, a lottare contro malattie, infezioni, ignoranza, minacce, aggressioni, a lottare contro uno Stato che non ci garantisce il diritto basilare della SICUREZZA SUL LAVORO, contro un Sistema Sanitario che non tutela quelli che oggi sono definiti i suoi EROI, mentre fino a ieri eravamo, tutti insieme, definiti MALASANITA’.
Ma, caro Governatore, credo di parlare a nome di tutti, se dico che non vogliamo essere definiti EROI, perché questo sostantivo è quello che, più poeticamente, si presta ad affiancare l’altro, con cui gli eroi vengono spesso definiti, MARTIRI.
NOI SIAMO LAVORATORI LAUREATI, con una FORMAZIONE SPECIALISTICA, a detta del Sistema Formativo stesso, ALTAMENTE PROFESSIONALIZZANTE, e abbiamo il DIRITTO, per Legge, di eseguire le nostre delicate mansioni in CONDIZIONI DI LAVORO OTTIMALI.
Abbiamo il DIRITTO di essere RETRIBUITI IN MODO ADEGUATO per la nostra opera CIVILE, PROFESSIONALE, UMANITARIA, PENALE.
NOI PRETENDIAMO CHE QUESTO ACCADA PER LA TUTELA NOSTRA E DELL’UTENZA CHE A NOI SI RIVOLGE!
NOI ABBIAMO IL DIRITTO DI ESSERE GUIDATI DA PERSONALE SELEZIONATO PER VIA MERITOCRATICA E NON, COME SPESSO AVVIENE, PER FAVORITISMI POLITICI!
E lo sa perché caro Presidente? Non per invidia perché non ho “Santi in Paradiso”.
Non per un motivo egoistico, non mi appartiene. Ma perché lo vede anche lei dove si finisce in una situazione di emergenza, se chi è a capo non sa fare il suo lavoro…
Caro Governatore, cari Direttori, voi dovete conoscere ciò che succede qui giù, nei piani bassi, dove ogni giorno tante persone, come me, che salvano la Sanità da un collasso che sarebbe meritato, solo perché la nostra ETICA e un GIURAMENTO, in cui crediamo fermamente, ci impongono di continuare a lavorare per la salute pubblica, anziché chiudere i battenti e scioperare, come avremmo ogni diritto e ragione di fare!
LA GENTE DEVE SAPERE! Il Popolo Italiano deve sapere, così la prossima aggressione non sarà diretta a noi, che siamo solo vittime di un sistema violentato e stuprato da anni di politica corrotta.
Detto questo, nonostante sia consapevole che, come tantissimi colleghi, io sia esposto, ogni ora in Pronto Soccorso, non al rischio di contagio ma al contagio virale stesso, io non resto a casa!
Finché la mia salute me lo permetterà, io vado in trincea! Io continuo a servire il mio Paese! Io ci sono ora!”
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