Da sinistra: Raffaele Buonfino, Antonio Monteanu e Nando Guitto

“Portateli a casa vostra se tanto vi stanno a cuore”. Detto, fatto. Il luogo comune più in voga tra coloro che detestano gli immigrati poveri e senza fissa dimora e così si rivolgono a quelli che definiscono “buonisti del c….” è stato applicato alla lettera da un giovane imprenditore puteolano.

Nando Guitto (titolare del “Caffè Pozzuoli” di corso Umberto, l’ex “Exytus”, per intenderci) ha deciso infatti di aprire le porte della propria abitazione a chi, da un giorno all’altro, si è trovato privato dell’unico tetto che aveva trovato da quando è arrivato in Italia.

Lui è Antonio Monteanu, 49enne di nazionalità romena, uno dei venti ‘residenti storici’ nel complesso diroccato dell’ex convitto Monachelle, sgomberato e murato dal Comune giovedì scorso.

I due si conoscono fin da quando, circa vent’anni fa, Antonio è giunto nella nostra città dopo aver lasciato il suo paese, dove aveva perso anche l’unica sua piccola fonte di reddito, da venditore ambulante di abbigliamento.

“Ho cercato sempre di aiutarlo come potevo – racconta Nando (nella foto)Insieme col mio socio Raffaele Buonfino non lo abbiamo mai perso di vista, è stato con noi ogni volta che era possibile, in vacanza, durante le feste comandate, quando aveva dei momenti di sconforto, ma purtroppo non siamo mai riusciti a trovargli un lavoro stabile che gli consentisse di uscire da quel tugurio e fittarsi un appartamento degno di questo nome. Quando lo hanno mandato via da lì, non aveva più niente, gli è stato buttato via tutto, anche gli indumenti che col tempo aveva ricevuto in dono: gli erano rimasti soltanto i panni che aveva addosso. Non ho esitato un attimo e, come chiunque farebbe con un amico che non ha più nulla e non sa dove andare, gli ho messo a disposizione una parte del mio alloggio: 20 metri quadrati con stanza, bagno, cucina e terrazzo. Ovviamente è una soluzione di emergenza e sappiamo entrambi che non potrà durare in eterno perché ciascuno di noi ha la sua vita, le sue abitudini e vuole la propria indipendenza. Il mio appello è alle istituzioni: dove sono? Chi si deve prendere cura di queste persone: noi cittadini? Io la mia parte la sto facendo con tutto il cuore, ma è una goccia nell’oceano e più di questa goccia non sono in grado di garantire. Ora andiamo incontro all’inverno: pioverà, farà freddo. Antonio ha me e Raffaele, qualcosa riusciremo sempre ad inventarci fino a quando non troverà una sistemazione autonoma: ma gli altri che erano con lui nelle Monachelle, devono vivere e dormire in mezzo alla strada?”.

Lo stesso Antonio (nella foto) è consapevole della fortuna che ha avuto. “Nando e Raffaele per me sono Dio, la mia famiglia – ci spiega con gli occhi gonfi di lacrime – Non smetterò mai di ringraziarli per tutto quello che hanno fatto e stanno facendo per me. Vorrei finalmente trovare un lavoro che mi possa far guadagnare uno stipendio e non solo pochi soldi quando capita. So fare un po’ di tutto, le uniche cose che non mi riescono sono il saldatore, l’elettricista e l’idraulico: spero che qualcuno mi possa offrire una opportunità in modo da riuscire a fittarmi anche una piccolissima casa per conto mio. Ma non posso smettere di pensare ai miei amici che erano lì con me nelle Monachelle. Insieme abbiamo condiviso tutto a adesso mi fa male sapere  che io ho trovato una sistemazione (nella foto) mentre loro chissà che fine hanno fatto. Non posso ancora credere a quello che è accaduto e a come è accaduto. In tanti anni, abbiamo ricevuto le visite della Caritas, di molti volontari e di qualcuno che ogni tanto veniva a prendere delle misure e a chiederci come stavamo: ma nessuno ci ha mai detto che da lì ce ne dovevamo andare. E’ successo solo quando un bel giorno è arrivata la polizia in borghese e ci ha detto che la mattina dopo alle 5 ci avrebbero cacciati via e che quindi era meglio che ce andassimo da soli se non volevamo avere problemi di rimpatrio. E ognuno di noi, scappando, ha perso per sempre anche quel poco che aveva trovato…”.