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“Piano paesistico regionale: quando la politica discute sul nulla…”

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Oggi un’altra paginona de “Il Mattino”, sulla storia infinita del “cosiddetto Piano Paesistico regionale”. C’è chi la conta cotta, chi cruda, chi… medium; sta di fatto che la pietanza non c’è; e non c’è mai stata. Già fecero un can-can, quando venne approvata la recentissima prorogatio del “cosiddetto Piano Casa regionale”; in pari data fu detto, apertis verbis, che quell’atto, in quanto ad innovative potenzialità operative, valeva quanto il 4 di bastoni quando regna a coppe. Ciononostante, si lasciò ventilare, con sussiegosi ammiccamenti, la parolina magica, che avrebbe presto rappresentato la soluzione di ogni problema (il piano paesistico, appunto). Non capisco se siamo, se fingiamo essere, se lo desideriamo, oppure se accettiamo la circostanza, che ci vede presi per il culo da soli, noi stessi medesimi. Si legge oggi, nello strabocchevole eloquio politichese, di tentativi di “colpi di mano”, di sventati “attacchi al territorio”, di consumazione del suolo, di… “intervenire su norme urbanistiche, mentre si appresta ad essere approvata una proposta di modifica costituzionale che sottrarrà la materia urbanistica alle Regioni svuotandole delle loro funzioni più importanti’”. E via dicendo, in una sarabanda di affermazioni. Cerchiamo di capirci (…) altrimenti è finita. Il Piano Paesistico è uno strumento afferente al territorio soggetto a regime vincolistico. Il Piano Casa vigente, già ora prevede, legittimamente, le premialità volumetriche, per quanto attiene alle procedure ivi contemplate e tutto ciò, ope legis, in deroga alle disposizioni urbanistiche dell’intera area regionale della Campania. Tre anni or sono, vi fu un tentativo regionale di “eludere MIBAC & C.” e naufragò miseramente. Stavolta, a sentire un autorevole esponente della compagine del governatore, si mettono le mani avanti, riaffermando, chiaramente, la portata esclusivamente urbanistica dell’approvando Piano; d’altra parte, siffatto concetto era già ribadito nel vigente Piano Casa. Allora, se si movimentano tante illustri sinapsi, al fine di pensare ad uno “strumento paesistico” con limitazioni di portata “solo urbanistiche”, direi: cui prodest?, ovvero, chi se ne frega! Per cui, scusate se adopro un’espressione in stile politichese: di cosa stiamo parlando? Qualsivoglia iniziativa, deputata a finalità paesaggistiche, deve essere sottomessa all’Autorità di Stato all’uopo preposta.

Tanto per gradire, di recente:

– Corte Costituzionale, sentenza 28 ottobre 2013, n. 251, cazzea la Regione Veneto: “solo lo Stato può ragionare di tutela ambientale”.

– Corte Costituzionale, sentenza 30 gennaio 2014, n.13, rimprovera la Campania, per aver emanato una legge incostituzionale, afferente alla realizzazione di impianti eolici.

Ci sarebbe da riempire volumi sull’argomento. Dunque, che la potestà urbanistica ritorni o meno alla “casa materna statale”, stante il sovraordinato regime vincolistico, ce ne cale punto!
Fra le varie “politicaggini” ascoltate, anche quella sulla paventata ipotesi di concedere “abbattimento e ricostruzione, ma senza lievitazioni e modifiche”. Ma nun ce vuleva ‘a zingara; essa già risiede in re ipsa. Pretenzioso addurre, per celia, locuzioni “con simiglianze tecnico-amministrative”, al solo fine di arringare il popolino sprovveduto. In tal guisa, chi si profonde in tali iniziative, si espone al rischio di meritare l’antico adagio partenopeo (tradotto in lingua, per amor patrio): “è pervenuta la vagina in mani fanciullesche”.
Capacitatevi, qui, non si muove foglia, che MIBAC non voglia e… tutto il resto è noia! (ciao Califfo)

architetto Domenico Grande

(lettera pubblicata sulla sua pagina Fb)

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