Oggi, domenica 4 dicembre, dalle 7 alle 23, siamo chiamati a votare  il referendum costituzionale per confermare o respingere la cosiddetta “riforma Renzi-Boschi”.

PERCHE’ E’ NECESSARIO IL REFERENDUM
Il referendum è necessario perché il disegno di legge della riforma è stato approvato, il 12 aprile scorso, dalla Camera dei Deputati soltanto a maggioranza assoluta. Infatti, secondo l’articolo 138 della Costituzione, se una legge costituzionale non viene approvata con la maggioranza dei 2/3 dei componenti il Parlamento, bisogna istituire un referendum di tipo confermativo con cui gli elettori potranno approvare (tracciando una croce sul Sì) o bocciare (tracciando una croce sul No) la riforma costituzionale.

COME SI VOTA
Per votare bisognerà esibire, oltre ad un documento di identità (carta di identità, patente o  passaporto) la propria tessera elettorale.
Nel caso in cui la tessera elettorale fosse stata smarrita, oppure non abbia più spazi liberi per apporre nuovi timbri, si potrà chiedere una nuova tessera agli uffici comunali che saranno aperti al pubblico   per tutta la durata delle operazioni di voto (dalle 7 alle 23).

VALIDITA’ DEL REFERENDUM
Non è previsto un quorum: non si richiede, cioè, che alla votazione partecipi la maggioranza degli aventi diritto al voto. Il risultato del referendum sarà quindi valido indipendentemente da quante persone andranno a votare. Trattandosi di un referendum di tipo “confermativo”, che non prevede il raggiungimento di un quorum, la riforma passerà semplicemente se i voti a favore (SI’) saranno più di quelli contrari (NO).

RISULTATI DEL REFERENDUM
Lo scrutinio dei voti inizierà subito dopo la chiusura delle votazioni, prevista per le 23. Contemporaneamente, si svolgerà anche lo scrutinio delle schede consegnate per posta dall’estero. I risultati degli scrutini saranno pubblicati in tempo reale sul sito del ministero dell’Interno.

IL TESTO DELLA SCHEDA ELETTORALE
La scheda elettorale del referendum contiene un testo sotto forma di domanda che cita così: “Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.
Sotto al testo, vi sono 2 caselle da barrare: si può barrare o quella del SI’ (se si vuole approvare la riforma) oppure quella del NO (se si vuole respingere la riforma).

SE VINCE IL SI’ COSA CAMBIA TRA CAMERA E SENATO
Il disegno di legge di riforma costituzionale promosso dal Governo Renzi prevede il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione dei poteri e delle funzioni del Senato, l’abolizione del CNEL e la modifica della competenza legislativa di Stato e Regioni.
Al centro della riforma costituzionale rimane la modifica delle funzioni e la riduzione dei poteri del Senato.
Ad oggi, Senato e Camera dei Deputati sono i due rami del Parlamento, con uguali poteri e vengono eletti dai cittadini a suffragio universale.
Il bicameralismo paritario prevede che le nuove proposte di legge vengano discusse e approvate sia dalla Camera che dal Senato.
Attualmente, quindi, una legge viene approvata ufficialmente soltanto quando, di solito non prima di un certo numero di “passaggi” tra le due Camere, entrambi i rami del Parlamento concordano sullo stesso testo e non propongono nuove modifiche.
Se vincesse il SI’ al referendum costituzionale si passerebbe al bicameralismo imperfetto: ossia la Camera diventerebbe il principale organo di potere legislativo e non sarebbe più obbligata ad accogliere gli emendamenti del Senato.
In caso di vittoria del SI’, il Senato non sarebbe più eletto direttamente dai cittadini (quindi, alle elezioni politiche, si voterebbe soltanto per la Camera dei deputati) ma verrebbe a comporsi di consiglieri regionali e di sindaci e verrebbe abolito il limite di età (non meno di 40 anni) per diventare senatori.
Il numero dei senatori verrebbe ridotto passando da 315 a 100 unità di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori nominati direttamente dal Presidente della Repubblica.
I senatori, poi, non verrebbero più a percepire indennità, ma continuerebbero ad ottenere l’immunità parlamentare.
Inoltre, con il bicameralismo imperfetto verrebbe abolito il sistema delle “navette” tra le due camere per cui il Senato non sarebbe più tenuto a esaminare le leggi provenienti dalla Camera, e di converso la Camera non sarebbe più obbligata a discutere gli emendamenti proposti dal Senato.
Con la vittoria del SI’ il nuovo Senato perderebbe molti dei rispettivi compiti legislativi e diventerebbe l’organo di raccordo tra Stato, Regioni ed Enti locali.
Oltre a ciò, i senatori verificherebbero l’effettiva attuazione delle leggi dello Stato e controllerebbero l’attività delle pubbliche amministrazioni.
Andrebbe al Senato anche il compito di partecipare all’attuazione delle politiche dell’Unione Europea e la verifica del rispettivo impatto sui territori.
Infine, verrebbe a perdersi il rapporto di fiducia con il Governo.
Infatti, con la riforma costituzionale, il Governo non avrebbe più bisogno della costante approvazione dell’intero Parlamento, ma soltanto di quella della Camera.
In sostanza, il Senato non potrebbe più togliere la fiducia al Governo.
In altre parole, se adesso Camera dei deputati e Senato hanno gli stessi compiti e gli stessi poteri; con l’approvazione della riforma, invece, le funzioni del Senato verrebbero fortemente ridotte e la sola Camera dovrebbe votare le leggi.
All’azione legislativa della Camera, quale unico limite, verrebbe posta la possibilità da parte del Senato di chiedere modifiche alla nuova legge con una votazione a maggioranza assoluta.
I senatori sarebbero chiamati a votare soltanto in casi peculiari, come ad esempio per le leggi che regolano i rapporti dello Stato con gli enti territoriali. Di fatto il Senato diverrebbe un rappresentante delle istituzioni territoriali ed eserciterebbe funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e tra lo Stato e l’Unione Europea.

SE VINCE IL SI’ COSA CAMBIA CON L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Se viene approvata la nuova riforma costituzionale, il Presidente della Repubblica verrà eletto solo da deputati e senatori, dunque non più anche da 59 delegati delle Regioni. Attualmente, il capo dello Stato viene eletto dal Parlamento in seduta comune con i 2/3 dei voti alle prime tre votazioni, mentre dalla quarta votazione in poi il limite scende alla maggioranza assoluta (la metà più uno) degli aventi diritto. Con la riforma costituzionale, l’elezione del capo dello Stato avviene con i 2/3 degli aventi diritto nelle prime tre votazioni (circa 500 elettori), mentre dal quarto al sesto scrutinio sono necessari i 3/5 degli aventi diritto al voto (circa 440 elettori) e dal settimo scrutinio in poi basta la maggioranza dei 3/5 dei votanti (cioè il 60% di coloro che sono presenti in aula).
Con la riforma, il Presidente della Repubblica potrà sciogliere soltanto la Camera dei deputati e non più il Senato e, durante la sua assenza, ne fa le veci non più il presidente del Senato ma il presidente della Camera, che diventa, di fatto, così, la seconda carica dello Stato.

SE VINCE IL SI’, COME SI RAFFORZANO I POTERI DEL GOVERNO
Con la riforma, viene inserita, nella Costituzione, una “via preferenziale”, ossia il “voto a data certa”, che consente al governo di accelerare l’iter di approvazione di leggi ritenute importanti per realizzare il programma politico. Il Governo può chiedere alla Camera di inserire un testo tra le priorità per arrivare al voto definitivo entro 70 giorni: la Camera può accogliere o meno questa richiesta. Attualmente, invece, il governo mantiene una generica procedura “abbreviata” che riduce i tempi dei lavori per quanto riguarda decreti legge (ammessi solo in casi straordinari di necessità e di urgenza) e provvedimenti urgenti.

SE VINCE IL SI’ COSA CAMBIA PER IL REFERENDUM ABROGATIVO E LE INIZIATIVE DI LEGGE POPOLARE
La nuova riforma costituzionale prevede poi di cambiare le regole per i referendum abrogativi e le iniziative legislative popolari.
I referendum abrogativi, ossia quelli con cui i cittadini possono chiedere l’abrogazione di una legge vigente, oggi sono validi al raggiungimento di almeno 500mila firme.
Per quanto riguarda le iniziative legislative popolari, invece, con le quali i cittadini propongono nuovi progetti legge, sono sufficienti 50mila firme.
Se vincesse il “Sì” al referendum, si alzerebbero le soglie di validità, rispettivamente per i referendum abrogativi ci sarebbe bisogno di 800mila firme, mentre per le iniziative legislative popolari 150mila firme.
Se saranno almeno 800mila gli elettori a richiedere un referendum abrogativo, il quorum per rendere valido questo referendum non sarà più della metà più uno degli aventi diritto al voto ma della metà più uno dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati.
Nasceranno inoltre due nuovi tipi di referendum, quello propositivo e quello di indirizzo.
Per le leggi di iniziative popolari, viene introdotta la garanzia costituzionale della discussione e votazione in Parlamento

SE VINCE IL SI’ CAMBIANO LE COMPETENZE DI STATO E REGIONI
Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi, verrebbero anche modificate le competenze legislative di Stato e Regioni: si assisterebbe ad un accentramento del potere legislativo dalle Regioni allo Stato, con il passaggio al Parlamento di numerose materie, ad oggi di esclusiva competenza regionale.
Attualmente, le competenze tra Stato e Regioni sono divise in “esclusive” (di competenza esclusiva dello Stato) e “concorrenti” (di competenza delle Regioni sulla base di alcuni princìpi fondamentali dettati dallo Stato) come istruzione, protezione civile, tutela della salute, tutela dei beni culturali e ambientali, ricerca scientifica, energia, oltre a diverse norme riguardanti professioni e lavoro.
Se vince il SI’, viene riscritto l’articolo 117 della Costituzione e la definizione di “competenza concorrente” viene eliminata mantenendo solo il concetto di “competenza esclusiva”. Aumenteranno le competenze statali: torneranno infatti di competenza statale materie come energia, trasporti, infrastrutture strategiche e di rilievo nazionale, la sicurezza sul lavoro, la protezione civile e la ricerca scientifica. Lo Stato continuerà ad occuparsi della legislazione di principio lasciando alla Regioni la competenza della legislazione specifica su tutela della salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, istruzione e ordinamento scolastico. Infine, per tutelare l’unità della Repubblica e l’interesse nazionale, lo Stato può esercitare nei confronti della Regioni una “clausola di supremazia” che gli permetterà di intervenire anche su materie non di competenza esclusiva.

SE VINCE IL SI’ SCATTA L’ABOLIZIONE DI TUTTE LE AMMINISTRAZIONI PROVINCIALI
Oltre a questi due punti, la legge costituzionale prevede la definitiva abolizione delle province (fatta eccezione per quelle autonome di Trento e Bolzano), che scompariranno come enti territoriali e verranno sostituite, almeno in parte, dalle città metropolitane.
Si tratterebbe, in sostanza,  del punto culminante del ridimensionamento delle funzioni delle Province, già in atto da alcuni anni, in particolare dall’approvazione della Legge n. 56/2014 (la cosiddetta Legge Delrio).
La Repubblica sarebbe dunque costituita soltanto dai Comuni, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

SE VINCE IL SI’ VIENE ABOLITO IL CNEL
Infine, tra i punti della riforma costituzionale,  vi è la proposta di abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel).
Si tratta di un organo di rilievo costituzionale che ha compiti di consulenza in materia economica, sociale e giuridica ed è composto da esperti e rappresentati delle categorie produttive.
Inoltre, il Cnel ha iniziativa legislativa limitatamente alle materie di propria competenza.
Se al referendum costituzionale vincesse il  SI’ tale istituto, considerato da molti inutile e ridondante, verrebbe soppresso.

LE RAGIONI DEI SOSTENITORI DEL SI’
Addio bicameralismo: si supera il famoso ping-pong tra Camera e Senato, con notevoli benefici in termini di tempo;
il fatto che solo la Camera sia chiamata a votare la fiducia al governo implica l’instaurazione di un rapporto di fiducia esclusivo con quest’ala del Parlamento;
la diminuzione del numero dei parlamentari e l’abolizione del Cnel produrrà notevoli risparmi;
grazie all’introduzione del referendum propositivo e alle modifiche sul quorum referendario, migliora la qualità delle democrazia;
il Senato farà da “camera di compensazione” tra governo centrale e poteri locali, quindi diminuiranno i casi di contenzioso tra Stato e Regioni davanti la Corte costituzionale.

LE RAGIONI DEI SOSTENITORI DEL NO
Si tratta di una riforma non legittima perché prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale. Inoltre, anche gli amministratori locali chiamati a comporre il nuovo Senato godrebbero dell’immunità parlamentare;
anziché superare il bicameralismo paritario, la riforma lo rende più confuso, creando conflitti di competenza tra Stato e Regioni e tra Camera e nuovo Senato;
la riforma non semplifica il processo di produzione delle leggi, ma lo complica: le norme che regolano il nuovo Senato, infatti, produrrebbero almeno 7 procedimenti legislativi differenti;
i costi della politica non vengono dimezzati: con la riforma si andrà a risparmiare solo il 20%;
l’ampliamento della partecipazione diretta dei cittadini comporterà l’obbligo di raggiungimento di 150mila firme (attualmente ne servono 50mila) per i disegni di legge di iniziativa popolare;
il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum accentra il potere nelle mani del governo, di un solo partito e di un solo leader.