Ricevo e pubblico*

È quasi passato un anno da quando eravamo sei o sette in classe, all’ultima ora, e seduti in maniera un po’ casuale, come a formare un cerchio, ci guardavamo e leggevamo le notizie delle prime persone contagiate al Nord Italia.

Col professore di Storia e Filosofia cercavamo di presagire ciò che era impossibile da immaginare ed eravamo ancora sereni.

Mi ricordo il tono di quella conversazione, che dopo una giornata piena fu quasi come rilassarsi all’ultima ora; non potevamo immaginare.

Dopo quasi un anno sono a casa, a scrivere da sola davanti a questo computer quello che ho provato e continuo a provare; mi sento piena di lacrime.

Il pensiero va alla mia classe: vederci insieme anche per un solo giorno è stato emozionante, ha risvegliato sensazioni di paura e allo stesso tempo di coesione e dialogo.

Avevo dimenticato che sono persone in carne ed ossa: nella mia testa era incollata la loro immagine al computer.

Un giorno che ricorderò come il mio secondo ultimo giorno di scuola, e che penso si sia registrato come uno strano momento di transizione nella mia testa.

Questi giorni sono confusi, tra dibattiti frenetici, sovrabbondanza di informazioni e assenza di realtà.

Penso a quanto noi tutti abbiamo perso, a quanto ci abbiamo creduto nella nostra scuola e a quanto ci fa male doverci assentare per affermare che, ancora una volta, ancora adesso, stanchi, vogliamo trovare nello studio il nostro punto di riferimento, la nostra ancora quotidiana.

Io non so cosa sia giusto tra l’accontentarsi di una didattica fallimentare e il dissentire, quando siamo noi stessi le vittime delle nostre azioni di protesta.

Penso a quanti progetti sono andati in fumo, a quanta rabbia abbiamo mangiato da soli su una sedia, dietro a uno schermo: non siamo macchine da programmare con informazioni e orari, siamo persone che vogliono discutere, confrontarsi, cambiare se stessi e la realtà in cui viviamo, vogliamo avere in mano il nostro futuro e sentirci liberi di credere che abbiamo tutti gli strumenti adeguati per realizzarlo.

Quello che io percepisco ora è solo un senso di pesantezza che grava sulla mia testa, che si sta abituando sempre più a chinarsi e a tacere, e quando poi si sveglia, fa male.

Fa male pensare a quanta voglia di studiare abbiamo lasciato cadere sotto la nostra sedia, a come stiamo percependo adesso la scuola, a come ora stiamo agendo (per la prima volta mi ritrovo a dubitare su cosa sia giusto/buono e cosa sbagliato/cattivo).

È per me un dolore, che sarà utilizzato, per quanto mi riguarda, come spinta.

Il senso di ogni problema è l’opportunità che racchiude in sé, mi pare di aver capito nel corso di questo anno.

La mia è una spinta a non credere che per la scuola di Stato non ci sia via di miglioramento.

È un processo assai complesso e fino ad ora, anche da parte dei professori, non si è avuto il coraggio di tirarlo in ballo.

Ci si è sempre adagiati su un sistema precostituito, che fatica a stare al passo con le nostre esigenze e con le esigenze del mondo attuale.

Per me questo è il momento di focalizzarsi su quali siano gli strumenti per fare un passo avanti e ridare vitalità al mondo della scuola; ce lo meritiamo noi, se lo meritano i futuri liceali.

A loro auguro di entrare a scuola e sentire che quella è la loro casa, un luogo pensato per garantire il loro benessere nel momento di costruzione della loro personalità.

Poche volte mi sono sentita così, tante volte ho pensato a quanto sia doloroso che gli studenti ora pensino il contrario.

Se noi giovani in primis non crediamo nella scuola non c’è via di miglioramento e, probabilmente, anche quando la questione Covid sarà messa da parte, i problemi e le criticità che sono venuti fuori ora continueranno a dilaniare un sistema che sta crollando.

Abbiamo il diritto di riappropriarci di quello che ci stiamo perdendo: e, se non parte da noi giovani, nessuno lo farà.

*Lettera firmata