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Spesa sociale: il 61% sono pensioni

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a cura di Carlo Pareto (responsabile relazioni esterne Inps Pozzuoli)

 L’Italia è il Paese con la spesa per le pensioni più elevata in Europa, mentre e’ all’ultimo posto per i bisogni abitativi. E’ quanto emerge dagli ultimi dati diffusi dall’Eurostat. Alle pensioni, l’Italia dedica il 61% della spesa totale per la protezione sociale, contro una media del 46% dell’Unione europea. Al contrario e’ all’ultimo posto per il sostegno alle esigenze abitative e all’esclusione sociale, con lo 0,3% della spesa complessiva, rispetto al 3,6% europeo.

Del totale della spesa per la protezione sociale, il 30,6% e’ destinato all’assistenza sanitaria, il 4,8% alle famiglie e ai bambini e il 2,9% ai disoccupati.

Sempre restando in tema, “con una spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti pari a 15.4% del reddito nazionale (rispetto a una media Ocse del 7,8 %), l’Italia aveva nel 2009 il sistema pensionistico più costoso di tutti i Paesi dell’Ocse. Ma con la riforma globale del sistema pensionistico adottata nel dicembre 2011, l’Italia ha realizzato un passo importante per garantirne la sostenibilità finanziaria”.

E’ il giudizio dell’Ocse contenuto nel rapporto 2013 sui sistemi pensionistici.

In Italia resta però “relativamente bassa” l’età effettiva alla quale uomini e donne lasciano il mercato del lavoro: 61,1 anni per gli uomini e 60,5 per le donne, contro una media Ocse rispettivamente di 64,2 e 63,1 anni. Anche i tassi di partecipazione al mercato del lavoro dei lavoratori appartenenti alla fascia di età 55-64 (anche se sono migliorati passando dal 27,7 % al 40,4 % tra il 2000 e il 2012) “sono ancora relativamente bassi” e presentano “spazio per ulteriori miglioramenti.

Tuttavia, riconosce l’organizzazione, “l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che consentono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo”.

Sono pertanto “essenziali” politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe.

Secondo l’Ocse, inoltre, “l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per i pensionati italiani domani, dal momento che “con il metodo contributivo, le prestazioni sono legate strettamente ai contributi”.

Per questo, “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti saranno più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”.

L’Organizzazione segnala altresì come “oltre alle prestazioni sociali (assegno sociale) erogate in base al livello di reddito, per le persone di 65 anni e per quelle più anziane, l’Italia non prevede alcuna indennità aggiuntiva per attenuare il rischio di indigenza per gli anziani”.

Infine, osserva l’Ocse, “il pilastro pensionistico privato non è ancora ben sviluppato. In seguito all’introduzione del meccanismo d’iscrizione automatica ai piani pensionistici privati nel 2007, la loro copertura raggiungeva soltanto il 13,3% della popolazione in età lavorativa alla fine del 2010”.

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