Assolti perché il fatto non sussiste. Questo l’epilogo del processo di primo grado a carico del dipendente comunale Ottavio Musto e del bancario Giovanni Gaudiano, ex direttore della filiale Credem di via Marconi.

Per entrambi cadono dunque le accuse di concorso in falso in scrittura privata finalizzata alla truffa in relazione ad una vicenda scoperta a fine novembre 2011 e da cui è scaturito un procedimento penale conclusosi (per ora) con la sentenza emessa lunedì scorso dal giudice monocratico Francesco Pellecchia, della prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Un verdetto per certi versi clamoroso, che stabilisce l’innocenza (per assenza di prove) delle uniche due persone chiamate a rispondere di tre firme sicuramente falsificate (così come stabilito da una perizia grafologica del 2012) per creare una fidejussione bancaria a garanzia di un mutuo da 80mila euro erogato dalla Credem a favore di Musto e di sua moglie M.P.

Ottavio Musto, il dipendente comunale assolto

Quella polizza quindi era carta straccia ma la giustizia, finora, non ha saputo stabilire chi l’ha resa tale attraverso il tris di finti autografi di B.C., la suocera di Musto, una donna che alla veneranda età di quasi 87 anni rischia di vedersi ipotecata la casa,  del cui valore immobiliare qualcuno, a sua insaputa, ha approfittato per poter sbloccare la liquidazione del prestito.

Un pericolo reale, visto che proprio il genero, da quando è stata scoperta la falsità di quella fidejussione, ha interrotto la restituzione del prestito da 80mila euro alla Credem, sospendendo il pagamento delle rate per interessi e capitale.

L’anziana firmò un esposto in Procura il 28 novembre di otto anni fa, denunciando il raggiro ai suoi danni e raccontando che, agli inizi del 2007, con uno stratagemma, sua figlia M.P. la condusse in quella filiale del Credito Emiliano per tentare di farle firmare, davanti al genero Ottavio Musto, un modulo che consentisse alla coppia di ottenere un prestito dalla banca.

La pensionata, sul momento, si rifiutò di sottoscrivere quel documento ma, dopo qualche giorno, sua figlia, con una scusa, chiese ed ottenne da lei la sua carta di identità ed il suo codice fiscale, che le restituì in serata.

Non accadde nulla per quattro anni.

Ma, nella primavera del 2011, l’anziana ricevette dalla Credem una comunicazione da cui emergeva l’esistenza di un rapporto tra lei e la banca.

La pensionata, certa di non aver mai stipulato nulla con quell’istituto di credito, si rivolse ad un legale, il penalista Pippo Caruso.

E scoprì che figlia e genero della pensionata avevano stipulato un mutuo con la Credem, ponendo a garanzia del prestito un’ipoteca sulla casa di proprietà dell’anziana, ottenuta con  le firme di quest’ultima ed utilizzando carta d’identità e codice fiscale che la figlia della donna aveva chiesto e ottenuto, con un pretesto, dalla mamma.

Di qui, la denuncia sporta dalla vittima nei confronti solo del genero (ma non di sua figlia, moglie di Musto) e del funzionario Credem che aveva avallato le sue tre firme contraffatte per compilare la fidejussione (autenticata da un notaio di Pozzuoli) a garanzia del mutuo.

L’avvocato Ugo Fanuzzi, difensore di Ottavio Musto

Gli avvocati dei due imputati (i penalisti Ugo Fanuzzi – per Musto –  e Luigi Di Gennaro – per Gaudiano -) hanno difeso egregiamente i rispettivi clienti, convincendo il giudice della loro innocenza.

Ma resta incomprensibile e illogica l’assenza di almeno un colpevole per tre firme certamente apocrife che hanno  prodotto un ingiusto vantaggio patrimoniale ai beneficiari del prestito, a fronte di due soggetti danneggiati: la banca (indotta a pagare una somma di denaro altrimenti impossibile da erogare) e chi, come la suocera di Musto, garante a sua insaputa della restituzione di quella cifra, sta vedendo messo a repentaglio il diritto a godere della proprietà di un bene.

Sarà quindi molto interessante leggere le motivazioni di questa sentenza, che saranno rese pubbliche entro il prossimo 11 febbraio.

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