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“Waterfront e rione Terra: due decisioni sciagurate per la città”

Ricevo e pubblico*

Tutto è compiuto.

Nel giro di poche ore Pozzuoli, per meglio dire gli odierni organi istituzionali di governo della città, ha deciso il suo futuro prossimo a venire.

Il consiglio comunale cittadino ha deliberato circa un Protocollo d’Intesa tra il Comune di Pozzuoli, la “Prysmian Power Link srl”, la “Waterfront Flegreo spa” e la “Terza A srl“, definendo il procedimento per l’ampliamento del sito industriale dismesso Ex Ansaldo-Sofer e approvandone  lo schema di protocollo d’intesa e gli indirizzi che disciplinano l’operazione.

Il giorno dopo, la giunta comunale di Pozzuoli ha licenziato la delibera in cui si definiscono gli indirizzi e si disciplina la Concessione di valorizzazione del bene Antica Rocca denominato “Rione Terra” a un’unica società privata.

Non c’è bisogno di rimarcare che si tratta di due atti fondamentali, attraverso cui si decidono i destini dei due luoghi, quindi di Pozzuoli tutta.

Più volte, in diverse occasioni e mediante media e scritti vari, ho detto la mia sulle due questioni: mi appare quindi ineludibile ribadire quanto penso.

Li ritengo due atti sciagurati, per ragioni che cercherò sinteticamente di richiamare.

I waterfront delle città del Mediterraneo influiscono in maniera profonda con i luoghi e gli spazi che segnano, dando forma agli orizzonti mentali e alle identità delle comunità che li vivono: condizioni che ne segnano la società, il linguaggio, la politica, l’economia, il pensiero, lo spazio dell’abitare, scrivevo anni fa, in un testo della Società di Studi Geografici.

A  noi puteolani ogni valutazione circa la pregnanza e la corrispondenza tra la tesi di carattere generale e il nostro waterfront cittadino: appare indubbio, comunque, che la scelta compiuta sul finire del diciannovesimo secolo, vale a dire la sua destinazione a sito di produzioni manifatturiere, ha profondamente segnato il volto e l’essenza della nostra città e della nostra comunità.

Incidendone solchi di percorsi economici, sociali, culturali, in cui le singole esistenze individuali dei puteolani hanno svolto il loro cammino.

Di operai, di cittadini che comprendevano, proprio grazie a quest’esperienza di vita ancor prima che lavorativa, la necessità/opportunità di impegnarsi nei processi sociali e politici della propria comunità.

Poi, tutto questo è finito: nel giro di pochi anni ogni eco di attività industriale si è spento nel luogo ed è apparso necessario ipotizzare una nuova destinazione d’uso degli spazi, compatibile con le aspirazioni e le esigenze della nuova proprietà.

Appunto, compatibile: appariva ineludibile compiere scelte volte all’utilizzo di quel territorio per usi pienamente rispettosi della sua intima essenza quale  Bene Comune, quindi per ripristinare, in sintesi, il rapporto di piena condivisione tra gli spazi e la comunità puteolana.

Sono aree di trapasso, con caratteristiche tipiche del territorio che li contiene ma, sovente, in quanto aperte, permeabili e pronte allo scambio economico e culturale, esse sono divenute e divengono una sorta di paradigma geografico, con cui misurare l’intima essenza relazionale e comportamentale di un intero territorio e di una comunità tutta, scrivevo, ancora in ordine ai waterfront urbani.

Sono considerazioni e, quindi, scelte, che già l’originario PUT proposto dalla proprietà contraddiceva in pieno, ma che oggi, alla luce delle odierne decisioni, appaiono del tutto diniegate.

Ogni svolta di valorizzazione del bene per favorirvi la crescita di una nuova economia volta alla fruizione pubblica e al turismo è abbandonata.

Ogni visione di novelli utilizzi comuni e comunitari appare cancellata.

Si procede, con l’avallo della pubblica amministrazione, a una semplice alienazione di parte del luogo per ridestinarlo a fabbrica.

Una scelta in contrasto con tutto quanto detto e proclamato per anni, ma soprattutto in piena opposizione con tutto quanto è accaduto e sta accadendo in ogni waterfront di qualsiasi città del Mediterraneo: si riposizionano indietro le lancette della storia sociale, economica e culturale della città.

Perché?

Poi, riguardo il Rione Terra.

Si tratta di un complesso monumentale con un forte valore identitario per la comunità puteolana, anche perché lo spazio geografico divenuto luogo è stato per secoli, in toto, la città stessa di Pozzuoli.

Territorio Rione Terra, testimone di millenni di attività antropica, di utilizzo delle presenze naturali e di culture che vi sono nate e affermate  per poi trasformarsi più e più volte.

Paesaggio, esito delle varie temperie economiche, politiche, sociali, culturali dei singoli puteolani e di ogni aggregato sociale della città, delle loro scelte individuali e collettive, in armonia oppure in distonia con le preesistenze naturali del sito: scelte di edificazioni, di sistemazioni architettoniche e urbanistiche, delle volontà celebrative e rappresentative dei poteri laici e dei poteri religiosi che si sono succeduti.

Un portato delle ambizioni, delle volontà, dei sentimenti e delle emozioni dei puteolani di ogni tempo, quasi un’ossificazione dei rapporti economici, sociali e culturali dei diversi momenti storici; uno scheletro portante su cui la sociale carne viva della città puteolana si è andata formando e sostenendo.

Perdonerete le autocitazioni, ma comprenderete che avendo detto e scritto queste cose per anni, non posso che ribadirle.

Chi parla di “vocazioni identitarie da rispettare” non ha ben compreso l’intima essenza del luogo: infatti si compiono scelte che sono in contrasto pieno e totale con la natura e l’essenza della nostra rocca primigenia.

La concessione a un’unica società privata del compendio è quanto di più radicalmente oppositivo a quanto detto e scritto, purtroppo a vanvera, circa la reale natura e ultima essenza del Rione Terra.

Non a caso, ipotizzavo, invece, per quegli spazi la costruzione e l’adozione di una Fondazione di Partecipazione, moderno e già praticato strumento gestionale per Beni Culturali Territoriali, capace di contemperarvi e realizzarvi reali pratiche di partecipazione e condivisione comunitaria del Bene Comune Rione Terra.

Se volete, andate a studiarne caratteristiche e indirizzi: io sono, in tutta onestà, stanco di riferirne.

Adesso?

Adesso, sono alla finestra di casa mia, con un bicchiere di buona Falanghina nostrana in mano e guardo Pozzuoli: in cuor mio mi auguro di aver torto, per il bene di noi tutti.

Ma so che invece il futuro della nostra comunità sarà segnato per decenni da queste scelte, in maniera del tutto negativa.

E mi auguro, anche, che chi oggi le ha compiute abbia consapevolezza piena di quanto deciso, nel rispetto dei puteolani contemporanei e delle generazioni prossime a venire: sarà il tempo e la storia a giudicarli.

Nel frattempo…prosit, a noi e alla nostra Pozzuoli.

*Giacomo Bandiera
(Docente di Geografia economica e culturale presso l’Università di Roma Tor Vergata)

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